Lavori Pubblici

Inchiesta grandi opere: scontro di uomini e politiche ma la riforma appalti è al palo

Giorgio Santilli

Sullo sfondo infuria una lotta di potere senza quartiere che rischia di creare soltanto nuovi diversivi, nuove paralisi e nuovi ritardi allontanando la soluzione dei problemi reali

Non ci sono soltanto le inchieste della magistratura e la delicata posizione di Maurizio Lupi (che non è indagato ma deve sgomberare il campo da favori e regali che gli vengono attribuiti in varie intercettazioni) nella battaglia di questi giorni sulle infrastrutture.

Sullo sfondo infuria una lotta di potere senza quartiere che rischia di creare soltanto nuovi diversivi, nuove paralisi e nuovi ritardi allontanando la soluzione dei problemi reali: da una parte Palazzo Chigi che ha un piano per accentrare sempre più su di sé le competenze in materia di infrastrutture puntando però su strutture fragilissime e vuote come il Dipe, il Dipartimento per la politica economica della presidenza del Consiglio, o il Cipe riformato; dall'altra parte Lupi, che ha finora difeso le vecchie politiche e le vecchie strutture ministeriali ormai al tramonto, a cominciare dalla legge obiettivo e dalla struttura di missione guidata fino a fine dicembre da Ercole Incalza. Mentre infuria la battaglia di potere, giustificata da Palazzo Chigi proprio con il fallimento della legge obiettivo e ora accelerata dalle inchieste della procura di Firenze sulle grandi opere, dal governo (Palazzo Chigi e Porta Pia) dovrebbero spiegare che fine hanno fatto le corsie preferenziali invocate per misure che avrebbero dovuto disboscare la disciplina degli appalti e aprire una stagione nuova. A partire, ovviamente, dalla urgentissima riforma del codice degli appalti che dovrebbe recepire la nuova generazione di direttive Ue in materia di contratti pubblici e concessioni (24 e 25 del 2014): approvata dal Consiglio dei ministri il 29 agosto, è rimasta fino al 14 novembre nei cassetti governativi prima di approdare al Senato, dove ha cominciato l'iter alla ripresa post-natalizia e sonnecchia a ritmi assai diversi da quelli promessi a suo tempo da Renzi, da Lupi e dal viceministro alle Infrastrutture Riccardo Nencini.

Una riforma necessaria anzitutto per mettere fine allo stillicidio di oltre 600 modifiche legislative e regolamentari che si sono succedute da quando il "codice De Lise" (dal nome del presidente della commissione che l'aveva messo a punto) è entrato in vigore nel 2006. Quel codice ha indebolito il sistema almeno quanto la stessa legge obiettivo: una controriforma rispetto alle "leggi Merloni" che ha portato la liberalizzazione degli appalti integrati progettazione-lavori, l'indebolimento ulteriore della progettazione, maggiore possibilità di varianti e riserve, nessuna attenzione alle professioni della progettazione né alle capacità tecniche delle stazioni appaltanti. Una controriforma che non ha retto alla prova dei tempi e su cui si è tentato di intervenire di volta in volta con toppe peggiori del male, con un balletto indecente anche sui tetti per le trattative private nei lavori e nelle progettazioni.

Per mettere fine alla controriforma e al bradisismo che ne è seguito, il governo Renzi aveva messo a punto in giugno e varato ad agosto un disegno di legge delega effettivamente innovativo che avrebbe dovuto rapidamente semplificare le regole, recepire le norme europee disboscando quelle nazionali, innovare gli istituti pubblici introducendo procedure "democratiche" come il débat public, aprire spazi a tecnologie digitali e procedure di gestione manageriale degli appalti. Invece sonnecchia in commissione Lavori pubblici del Senato, dove sono in corso audizioni, senza che il presidente di Palazzo Madama, Piero Grasso, intervenga per richiamare all'urgenza delle questioni, come ha fatto ancora di recente per la legge anticorruzione. Bisognerebbe ricordare che la lotta alla corruzione nel settore degli appalti passa molto più per un nuovo codice degli appalti e per una semplificazione delle norme più che per pene severe per il falso in bilancio, fattispecie rara in questo settore dove a essere falsate sono semmai le certificazioni Soa.

Quanto alla lotta di potere fra Palazzo Chigi e Porta Pia, l'esito è tutt'altro che scontato, soprattutto per la ripresa del settore. Il forte riaccentramento di poteri già avviato da Renzi a Palazzo Chigi (che ha ripreso Cipe, fondi europei, Fondo sviluppo coesione, unità di missione per dissesto idrogeologico ed edilizia scolastica) finora non ha prodotto brillanti risultati. Dal canto suo, Lupi ha avviato un concorso per la successione a Incalza alla struttura di missione e ha messo lì temporaneamente il direttore generale Paolo Emilio Signorini che nello stesso posto volle già Antonio Di Pietro. Signorini, che viene dalla Banca d'Italia ed è stato anche il capo del Dipe di Palazzo Chigi, potrebbe essere la persona giusta per svecchiare politiche e uomini e dare alla struttura di missione un compito nuovo in linea con i tempi. Magari un punto di caduta e una soluzione a tensioni che non promettono niente di buono per una ripresa immediata del settore.


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