Lavori Pubblici

Gestione studio, riparte il vecchio regime dei minimi a favore delle partite Iva

Giuseppe Latour

La guida per i professionisti per orientarsi tra i tre sistemi di tassazione dopo la conversione del decreto legge 192/2014

Aliquota al 5 o al 15%, meccanismi di deducibilità delle spese, coefficienti, requisiti di accesso. Il decreto Milleproroghe ha resuscitato il vecchio regime dei minimi, a favore delle partite Iva. Ma, nel risolvere un problema ai professionisti, ha contemporaneamente creato una giungla, nella quale è necessario avere molte coordinate per orientarsi. Sono adesso tre i sistemi di tassazione possibili. Vediamo, allora, punto per punto, quali sono i punti cardinali del regime che ha appena preso forma.

Cosa cambia
Partiamo dalla novità. Secondo la versione del Milleproroghe (Dl n. 192/2014) approvata alla Camera, nel 2015 sono destinati a convivere due regimi di tassazione, oltre a quello ordinario. Il primo è quello varato dalla legge di Stabilità 2015, che prevede una soglia di 15mila euro di reddito e una tassazione al 15%; il secondo, morto a fine 2014, è stato resuscitato da Montecitorio e prevede una tassazione al 5% per chi non fattura più di 30mila euro all'anno. A complicare la vita alle partite Iva, però, c'è il fatto che queste saranno chiamate a scegliere se appoggiarsi a un sistema o all'altro. Con una precisazione da fare: chi godeva nel 2014 del vecchio regime potrà continuare a sfruttarlo fino ad esaurimento del periodo.

Dettagli decisivi
Quelle appena citate non sono, per la verità, le sole differenze tra i due sistemi. Se così fosse, la bilancia penderebbe nettamente a favore del vecchio. Ci sono, infatti, dei requisiti che rendono inapplicabile il regime appena ripristinato ad alcuni professionisti: questo è limitato a un periodo di cinque anni di applicazione per coloro che hanno meno di 35 anni di età. Tutti coloro che non rispettano questi paletti dovranno rivolgersi altrove. A rendere ancora più decisivi i dettagli, poi, c'è il tema delle spese. Il vecchio regime, infatti, prevedeva la non deducibilità delle spese professionali. Mentre il nuovo sostituisce questa previsione con un coefficiente per il calcolo dell'imponibile che, almeno in teoria, dovrebbe portare effetti simili. Almeno in teoria, perché nella pratica gli effetti sono piuttosto variegati.

Le simulazioni
Guardando ad alcune simulazioni realizzate dalla Rete delle professioni tecniche in fase di discussione della norma, ad esempio, emergevano grandi distorsioni, legate proprio alla questione delle spese. Facendo il confronto tra i due sistemi, con un reddito di 15mila euro, con il vecchio regime si pagano 636 euro di imposta, con il nuovo se ne pagano 1.488. La differenza è di 852 euro. E la forbice così ampia nasce proprio dal conteggio delle spese. "Appare piuttosto evidente - spiegano dalla Rpt - che il meccanismo su cui dovrebbe poggiare il regime forfetario, ovvero l'applicazione di un coefficiente che consente di abbattere l'imponibile, genera una funzione agevolativa solo al di sopra di determinate soglie di reddito". Il coefficiente, in sostanza, dovrebbe migliorare l'impatto rispetto al vecchio regime quando ci si avvicina alla soglia di 30mila euro. Optare per un sistema o per l'altro, allora, non sarà semplice, perché il risparmio eventuale potrebbe nascondersi nei dettagli.

La terza via del regime ordinario
Resta, poi, sullo sfondo la strada del regime di tassazione ordinario. Rientreranno in questo sistema tutti coloro che non hanno la possibilità di accedere a nessuna delle altre due categorie. Quindi, i professionisti che superano i 30mila euro di reddito o che non hanno più i requisiti di età o durata dell'attività. Per loro ci sarà il regime standard di tassazione e fatturazione Iva. Con un aggravio notevole rispetto alle altre due alternative. Sempre che non arrivino altre modifiche nei prossimi mesi. Il Governo, infatti, dovrebbe rimettere mano alla materia, nell'ambito dell'attuazione della delega fiscale.


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