Lavori Pubblici

Dissesto: servono competenze chiare e un fondo unico a risorse costanti negli anni

Giorgio Santilli

Abbiamo, invece, un minestrone di inefficienze che segna il massimo di distanza fra politica e cittadini

Il piano anti-dissesto idrogeologico dovrebbe essere - non da oggi, ma da anni - l'espressione dell'azione lunga e costante di manutenzione con cui lo Stato si prende cura del territorio e invece è stato e resta l'espressione massima del caos istituzionale in cui versa lo Stato italiano dalla riforma del titolo V. Avremmo bisogno di un fondo unico a risorse costanti negli anni, competenze straordinarie alle Regioni e poteri sostitutivi (anche di revoca delle risorse) allo Stato, progetti esecutivi, esclusione dal patto di stabilità. Abbiamo, invece, un minestrone di inefficienze che segna il massimo di distanza fra politica e cittadini.
Il passato recente è segnato da sovrapposizioni e polverizzazione di competenze, conflitti insensati fra governo e regioni, soggetti con grandi responsabilità ma poteri scarsi: significativa su tutti e tre questi fronti, la storia dei commissari straordinari nominati dal Governo negli anni scorsi per superare le inerzie locali ma bloccati nella loro attività dal mancato passaggio di poteri e carte da parte delle Regioni. Ma non è tutto qui. C'è frammentazione e disordine programmatorio senza una volontà o un disegno strategico o una regìa unitari, progetti inesistenti e sempre rinviati. C'è un caos alimentato dalla volontà di non decidere: anche quando non si è intervenuti a far rispettare i vincoli idrogeologici previsti dalla pianificazione territoriale. C'è l'onnipresente patto di stabilità interno, longa manus di una politica rigorista voluta da Bruxelles ma in cui hanno sguazzato i ministri dell'Economia contenti di programmare opere destinate solo a creare residui passivi.
Un cambiamento si è visto negli ultimi mesi. Anzitutto perché il livello e il ritmo delle tragedie si è fatto insostenibile. In secondo luogo perché il governo Renzi ha posto subito il dissesto idrogeologico tra le priorità su cui intervenire - l'altra è l'edilizia scolastica - e, consapevole del disordine istituzionale, ha creato a Palazzo Chigi una unità di missione che suona come commissariamento più che come coordinamento. È stato avviato un percorso di cambiamento ma il cammino è lungo e le resistenze molte. Vediamo cosa si dovrebbe fare e cosa si è cominciato a fare.

Le competenze regionali. Con la nomina dei presidenti delle Regioni a commissari di governo si è accorciata la catena di comando e dovrebbe essere superata l'impasse che nasceva dal conflitto fra governo e regioni. Resta l'accentramento di poteri in un commissario straordinario ma questi poteri non creano più dualismo con le competenze regionali. Ora i commissari dovranno superare la prova dei rapporti con gli enti locali: bisognerà capire se i commissari-governatori agiranno in caso di inerzia di sindaci e amministratori locali. Vanno rafforzati i poteri sostitutivi centrali e regionali: revoca delle risorse per chi non spende e commissariamenti per chi non fa progettazioni e appalti.

Il coordinamento di Palazzo Chigi. L'unità di missione guidata da Erasmo D'Angelis a Palazzo Chigi ha superato l'atteggiamento che faceva della presidenza del Consiglio un profeta disarmato. Alcuni risultati: ha fatto da detonatore svegliando un ministero dell'Ambiente che in passato era stato elemento di confusione e rallentamento, anziché di accelerazione (e va a merito del ministro Galletti che l'azione sia stata coordinata e non "concorrenziale"); ha svolto un'azione di monitoraggio a tutto campo dando pubblicità a numeri che erano fermi nei cassetti dei poteri locali e ministeriali; ha sventolato la minaccia di revoca di fondi che da sola è bastata a svegliare i sindaci dormienti (è il caso dei 200 progetti raccontati dal Sole 24 Ore il 7 novembre scorso).
Programmazione e fondo unico. C'è ancora molto caos sul fronte delle risorse disponibili: qui le minacce di revoca dei fondi a vecchi progetti incagliati non bastano a dare continuità all'intervento. Un salto di qualità si farà se il governo riuscirà a dare sostanza al piano 2014-2020. È importante che Delrio e Galletti lo abbiano annunciato, dando un orizzonte temporale chiaro e lungo agli interventi. Ma siamo agli annunci, appunto, e ora bisogna riempirlo di risorse e progetti. Fondi Ue, richieste al «piano Juncker», connessione fra vecchie e nuove risorse: va tutto bene ma non se ne uscirà finché per questo settore non si passerà a un fondo unico a risorse costanti negli anni. Questo è il vero salto che Renzi dovrebbe far fare al governo sul fronte Economia-Ragioneria: pochi fondi unici a risorse costanti per le priorità di investimento. Un fondo per le infrastrutture, uno per l'edilizia scolastica, uno per la difesa del suolo, con importi predeterminati che tolgano alla legge di stabilità annuale il potere di fare e disfare. Costanza e chiarezza nel tempo, questo serve. Va da sé che a queste priorità andrebbero assegnate anche chiare quote di deroga al patto di stabilità interno.

Progettazione in ritardo. Resta l'altro fronte critico: la progettazione. Basta guardare gli interventi definiti di massima priorità, come quelli nelle aree metropolitane, per vedere che si sta ancora lavorando a progetti definitivi (non esecutivi), se non ancora, in certi casi, a studi di fattibilità. Anche qui l'unità di missione prova a spingere e qualche risultato l'ha ottenuto (per esempio sul Tagliamento). Ma l'inadeguatezza della progettazione resta il male assoluto italiano e nessuno ancora lo ha messo al centro delle politiche sul territorio. Non si potrà passare da una spesa di 200 milioni a una spesa di un miliardo l'anno senza task force di progettisti (interni ed esterni alla Pa) che si dedichino alla prima fase dell'investimento, quella da cui dipendono costi e tempi.


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