Lavori Pubblici

Cassazione: la precarietà di un'opera dipende dalla funzione, non dai materiali

Pietro Verna

La giurisprudenza è ferma nel ritenere che, per distinguere l'opera assoggettabile al permesso di costruire da quella liberamente realizzabile, bisogna accertare l'oggettiva destinazione dell'opera, a prescindere dai materiali utilizzati o dall'incorporamento al suolo della stessa

La precarietà dell'opera edilizia non dipende dai materiali utilizzati, ma dalla funzione che l'immobile deve soddisfare (Cassazione, Terza Sezione Penale, n. 43576 del 30 settembre 2014). Con questo principio la Corte di legittimità ha ritenuto infondato il ricorso proposto dai comproprietari di un edificio avverso la sentenza della Corte d'appello di Lecce, che aveva confermato la condanna, ex articolo 44, comma 1, lettera b, del Testo unico per l'edilizia, alla pena di due mesi arresto ed a 12.000 euro di ammenda, per avere realizzato il manufatto in assenza del permesso di costruire.

La sentenza della Corte territoriale salentina era stata impugnata dai ricorrenti, che avevano denunciato il contrasto della stessa con la pronuncia della Consulta n.368/1988, in forza della quale l'articolo 5 del codice penale è stato dichiarato incostituzionale, nella parte in cui non esclude dall' inescusabilità dell'ignoranza della legge penale l'ignoranza inevitabile. Circostanza, quest'ultima, che i ricorrenti avevano attribuito al loro scarso livello culturale e che, pertanto, "non avevano compreso che trattandosi di opera non in cemento armato, ma precaria, perché realizzata con conci di tufo e copertura di travi in legno, non fosse necessario munirsi del permesso di costruire".

La sentenza pronunciata dalla Cassazione
La sentenza n. 43576/2014 muove dal principio più volte affermato dal Supremo Collegio in tema di reati urbanistici, a mente del quale per affermare la scusabilità dell'ignoranza occorre che dal comportamento degli organi amministrativi o da un complessivo orientamento giurisprudenziale, l'agente abbia tratto il convincimento della correttezza dell'interpretazione normativa e, conseguentemente, della liceità del comportamento tenuto. Convincimento che deve essere fondato su dati oggettivi ed esterni al soggetto e che abbiano positivamente inciso sulla capacità di intendere il dislavore antigiuridico della condotta dello stesso, sicché la buona fede non può essere determinata dalla mera non conoscenza della legge penale, ma da un fattore esterno che abbia indotto questi nell' errore incolpevole ( vedasi Cassazione, Sezione Unite n.8154 del 10 giugno 1994 e, da ultimo, Cassazione, Terza Sezione Penale n. 4951 del 21 aprile 2012)

La tesi dell'errore scusabile prospettata dai ricorrenti è, dunque, priva di pregio, in quanto gli stessi fondano le proprie giustificazioni non su fattori esterni (ad esempio, l'assoluta oscurità della norma oppure la conclamata difforme applicazione della stessa da parte della pubblica amministrazione), ma sull' incapacità di comprendere la portata della legge.
Peraltro- argomenta la sentenza – sia dal tenore dell'articolo 3, comma 3, comma 1, lettere e.1 ed e.5 del suddetto Testo unico ("si intendono per interventi di nuova costruzione l'installazione di manufatti leggeri e di strutture di qualsiasi genere che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee" ), che dal consolidato indirizzo giurisprudenziale si evince che è irrilevante la tipologia dei materiali impiegati per la realizzazione dell'opera.

Opere precarie e non precarie
La giurisprudenza è ferma nel ritenere che, per distinguere l'opera assoggettabile al permesso di costruire da quella liberamente realizzabile, bisogna accertare l'oggettiva destinazione dell'opera, a prescindere dai materiali utilizzati o dall'incorporamento al suolo della stessa (vedasi, tra l'altro, Cassazione, Terza Sezione Penale n. 34763 del 21 giugno 2011).
Si tratta, in definitiva, di un principio talmente radicato da far ritenere, per esempio, di natura del tutto eccezionale e, come tale, inapplicabile in altri casi, l'articolo 20 della legge della Regione Siciliana 16aprile 2003 "Disposizioni programmatiche e finanziarie per l'anno 2003" (vedi box) che, privilegiando l'elemento strutturale su quello funzionale, ha ricondotto nel novero dell'attività edilizia libera la chiusura, a mezzo di strutture precarie, di verande o balconi, di terrazze non superiori a metri quadrati 50 nonchéla copertura di spazi interni.

Di qui la "presa di distanza" della Corte, che ha avuto modo di precisare che, in questi casi, la facile amovibilità delle strutture deve essere interpretata in senso assolutamente restrittivo, essendo maturata la consapevolezza che il territorio non può essere considerato strumento destinato al solo assetto ed incremento edilizio, ma come luogo sul quale convergono interessi di ben più ampio respiro ( vedasi, sul punto, Cassazione, Terza Sezione Penale, n. 16492 del 16/03/2010).


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