Lavori Pubblici

Trivellazioni escluse dal patto, con ricadute economiche sul territorio

Giuseppe Latour

Sono queste le due misure con le quali il decreto Sblocca Italia cerca di migliorare la ricaduta che la ricerca di fonti di energia ha sui territori direttamente coinvolti nelle attività di prospezione. Anche se c'è qualche dubbio sul loro reale funzionamento: la seconda misura, secondo la relazione tecnica, potrebbe portare problemi ai saldi di finanza pubblica.

Esclusione dal patto di stabilità per gli interventi di bonifica, difesa del suolo e ripristino ambientale collegati alle trivellazioni. E investimenti sul territorio: una quota delle maggiori entrate derivanti dalla produzione di idrocarburi sarà impiegata in investimenti infrastrutturali. Sono queste le due misure con le quali il decreto Sblocca Italia cerca di migliorare la ricaduta che la ricerca di fonti di energia ha sui territori direttamente coinvolti nelle attività di prospezione. Anche se c'è qualche dubbio sul loro reale funzionamento: la seconda misura, secondo la relazione tecnica, potrebbe portare problemi ai saldi di finanza pubblica.

Il primo intervento è quello più lineare. L'articolo 36 del decreto esclude dai vincoli del patto di stabilità interno le spese sostenute dalle Regioni, nell'ambito delle ricerca di idrocarburi, «per la realizzazione degli interventi di sviluppo dell'occupazione e delle attività economiche, di sviluppo industriale, di bonifica, di ripristino ambientale e di mitigazione del rischio idrogeologico, nonché per il finanziamento di strumenti di programmazione negoziata». Potenzialmente, questo assegno in bianco potrebbe avere una portata vastissima. Così, il decreto si preoccupa di precisare che gli importi oggetto dell'esclusione «saranno stabiliti con decreto interministeriale, sulla base dell'ammontare delle maggiori entrate riscosse dalla Regione, derivanti dalla destinazione delle aliquote relative alla produzione di idrocarburi». In sostanza, quello che le Regioni incassano in più potrà essere (in parte) restituito al territorio.

Più complesso il meccanismo dell'articolo 36 bis. Il tema è, ancora una volta, la ricaduta che la ricerca di fonti di energia ha sulle comunità. Spiega la relazione tecnica del Senato: «Lo sviluppo delle prospezioni risulta rallentato o impedito dalle difficoltà derivanti dall'insediamento degli impianti di estrazione di idrocarburi, spesso in competizione con altre attività di sfruttamento del territorio, generalmente di minore valore economico ma fortemente radicate e che generano occupazione». Per rendere più appetibili questi insediamenti, il decreto n. 1/2012 ha già previsto un meccanismo per tradurre una quota di maggiori entrate in investimenti infrastrutturali. Quello strumento ha funzionato poco, così il Governo lo potenzia.

Il decreto, in dettaglio, prevede «la destinazione a progetti infrastrutturali e occupazionali di crescita dei territori di insediamento degli impianti produttivi di una quota delle maggiori entrate per l'erario garantite dalle risorse energetiche strategiche nazionali di idrocarburi». In pratica, una parte delle maggiori entrate effettivamente realizzate attraverso i versamenti dei soggetti titolari di concessioni di coltivazione di idrocarburi andrà in investimenti. Esattamente, si tratta del 30 per cento per i dieci periodi di imposta successivi all'entrata in esercizio degli impianti.
E qui sorgono i problemi. Rispetto al passato, nota la relazione tecnica del Senato, «la norma in esame sembra incrementare la quota delle entrate utilizzabili per gli interventi di sviluppo e prolungare il periodo di operatività del meccanismo finanziario». Tradotto in parole povere, l'aliquota aumenta, salendo dal 15 al 30 per cento. Ma, soprattutto, si allarga la durata della misura. Con il vecchio assetto questa valeva per dieci anni dall'autorizzazione dell'impianto: nei primi tempi, però, l'impianto non è in funzione e non genera Ires, quindi l'erogazione durava materialmente meno di dieci anni. Adesso, invece, i dieci anni scattano dall'entrata in esercizio dell'impianto: sono, quindi, interi. Tutto questo significa più denaro sottratto all'Erario. «Le due modifiche appena descritte sembrano pertanto suscettibili di determinare una riduzione del gettito», conclude la relazione. Nella pratica, quindi, non sarebbero applicabili su larga scala.


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