Lavori Pubblici

Sblocca Italia, vincolo regionale alla spesa dei fondi Ue

Giuseppe Latour

Sulle risorse comunitarie Palazzo Chigi mantiene tutte le sue prerogative di intervento in caso di inadempienza delle amministrazioni regionali, ma i soldi non spesi non potranno oltrepassare i confini della regione

Potere di vita e di morte a Palazzo Chigi sui fondi europei. Anche se, per evitare richiami da parte di Bruxelles, resta fermo il vincolo di territorialità: il denaro non potrà essere spostato dalla Regione alla quale era stato originariamente destinato. Va in questa direzione l'articolo 12 dello Sblocca Italia, dopo le modifiche portate nel passaggio parlamentare. Il presidente del Consiglio potrà avvalersi di strutture di supporto, come la nuova Agenzia per la Coesione, per mettere sotto la lente la spesa del denaro che arriva dall'Ue.

E, nel caso in cui ci siano problemi, avrà un ampio ventaglio di poteri a sua disposizione: potrà fissare termini entro i quali agire, potrà nominare commissari straordinari e, addirittura, potrà proporre al Cipe il definanziamento delle risorse non impegnate. I soldi, in sostanza, potranno essere sottratti all'amministrazione che li ha tenuti fermi e, con una formula inedita, potranno essere spostati a un altro livello di governo. Anche se dovranno restare sul territorio al quale erano originariamente destinati.

L'obiettivo è evitare che si ripeta quello che è successo nel corso dell'ultima programmazione 2007-2013, quando l'Italia è stata costretta, anno dopo anno, a inseguire obiettivi di spesa che spesso non ha centrato, rischiando di perdere quanto stanziato da Bruxelles. «Al fine di non incorrere nelle sanzioni previste dall'ordinamento dell'Unione europea, in caso di inerzia, ritardo o inadempimento delle amministrazioni pubbliche responsabili dell'attuazione di piani, programmi ed interventi cofinanziati dall'Ue, ovvero in caso di inerzia, ritardo o inadempimento delle amministrazioni pubbliche responsabili dell'utilizzo dei fondi nazionali per le politiche di coesione», il presidente del Consiglio può intervenire. Basterà che si inceppi un qualsiasi anello della catena di spesa del denaro comunitario.

I poteri disciplinati dal nuovo articolo 12 sono parecchio incisivi. La prima alternativa, fornita dal comma 3, si richiama a quanto previsto dal decreto n. 69/2013, il decreto del Fare, all'articolo 9, comma 2. Palazzo Chigi potrà fissare un termine perché le Pa agiscano e, in caso di mancato adeguamento, nominare un commissario straordinario, senza nuovi oneri per la finanza pubblica, con il compito di curare tutte le attività di competenza delle amministrazioni inadempienti per la realizzazione degli interventi programmati.

In alternativa, come soluzione estrema, sarà possibile mettere in moto una macchina in grado di redistribuire le risorse nel giro di poche settimane. Il presidente, in sostanza, propone al Cipe il definanziamento e la riprogrammazione delle risorse non impegnate, dopo avere sentito la Conferenza unificata, che deve esprimersi nel giro di 30 giorni, «trascorsi i quali il parere si intende reso». Il denaro, addirittura, potrà essere sottratto all'amministrazione che non lo utilizza, «prevedendone l'attribuzione ad altro livello di governo». Anche se, su questo punto, in sede di conversione è stata aggiunta una precisazione importante. Resta fermo «il principio di territorialità», in caso di riprogrammazione di risorse non impegnate. Lo spostamento, cioè, in ossequio alle regole europee non potrà penalizzare un'area che aveva diritto ai fondi Ue.

A monte di queste prerogative, infine, viene attribuito a Palazzo Chigi uno specifico potere ispettivo e di monitoraggio. Il presidente del Consiglio, avvalendosi delle amministrazioni dotate di specifica competenza tecnica in materia, come la nuova Agenzia per la Coesione, potrà accertare il rispetto della tempistica e degli obiettivi dei piani, dei programmi e degli interventi finanziati dall'Unione europea o dal Fondo di sviluppo e coesione. Nei casi in cui ci siano problemi, potrà intervenire.


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