Lavori Pubblici

Opere idriche, Sblocca Italia: il bluff del fondo da 1,7 miliardi

Giuseppe Latour

Il pacchetto di risorse effettivamente utilizzabili non supererà i 300 milioni - Lo stanziamento è previsto dall'art. 7 del decreto

Un fondo che, nella pratica, avrà una gittata molto diversa rispetto alle ipotesi iniziali. E' questo il destino del plafond istituito dall'articolo 7 del decreto Sblocca Italia tramite le revoche degli stanziamenti per gli interventi sui depuratori. Il pacchetto, in teoria, vale circa 1,7 miliardi di euro. La realtà è che, però, i progetti sui quali potrà calare la mannaia delle revoche sono pochissimi: sui 223 indicati dal Cipe, per adesso, solo la revoca dei fondi per Acireale è data per probabile. Per questo, difficilmente saranno superati i 2-300 milioni di euro.
Il Fondo è destinato a investimenti nel settore idrico ed è finanziato mediante «la revoca delle risorse già stanziate dalla delibera del Cipe 30 aprile 2012, n. 60». Quella delibera prevedeva il finanziamento, tramite il Fondo di sviluppo e coesione, per circa 1,7 miliardi di euro di una serie di interventi nelle Regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia relativi ai settori del collettamento e depurazione delle acque e della bonifica dei siti contaminati. Insomma, potenzialmente l'operazione potrebbe avere una portata parecchio vasta. Anche perché la commissione Ambiente, in sede di conversione, ha allargato la possibilità di revoca (prima limitata alla sola depurazione) a tutte le tipologie di intervento indicate dalla delibera.

La realtà, però, è molto diversa. Gli investimenti finanziati dalla delibera 60, infatti, sono tutti legati alla procedura di infrazione aperta nei confronti dell'Italia per i problemi della depurazione delle acque. Non possono, quindi, essere cassati a cuor leggero: la cancellazione dell'impegno di spesa sancirebbe l'incapacità dell'Italia di fare gli investimenti, con ricadute molto rilevanti a Bruxelles. C'è, poi, da dire che il decreto mette una serie di paletti molto stringenti: devono essere interventi per i quali "alla data del 30 settembre 2014, non risultino essere stati ancora assunti atti giuridicamente vincolanti e per i quali, a seguito di specifiche verifiche tecniche effettuate dall'Ispra, risultino accertati obiettivi impedimenti di carattere tecnico-progettuale o urbanistico ovvero situazioni di inerzia del soggetto attuatore".

Si deve trattare, cioè, di investimenti praticamente irrealizzabili per i quali i soggetti attuatori non abbiano mosso neppure un dito: nella geografia dei 223 interventi della delibera 60 non molti rispondono a questo identikit. Per adesso, stando a fonti del ministero dell'Ambiente, l'unico caso di revoca praticamente certa riguarda l'impianto di depurazione di Acireale, per il quale sono stati stanziati circa 130 milioni di euro e per il quale sussistono tutti i requisiti fissati dalla norma. Oltre a questo, non ci sono molte altre ipotesi di revoca in vista. La realtà è che, in base a una previsione realistica, l'ammontare reale del fondo non supererà i 300 milioni di euro, meno di un quinto del valore ipotetico.

Anche perché esiste un'ulteriore condizione che sembra sconsigliare il ricorso a interventi di revoca a pioggia. L'utilizzo del fondo è subordinato al fatto che il gestore unico del servizio idrico integrato, in quell'area, garantisca una quota di partecipazione al finanziamento degli interventi a valere sulla tariffa. In pratica, un pezzo degli investimenti andrà sostenuto con le bollette.


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