Lavori Pubblici

«Usi civici», l'ultima parola spetta allo Stato, stop della Consulta alla Sardegna

Pietro Verna

La Corte Costituzionale ha annullato la legge regionale della Sardegna che prevedeva la ricognizione ed eventuale liquidazione di usi civici senza consultare organi statali

L'articolo 1 della legge della Regione Sardegna 2 agosto 2013, n. 19, che prevede un piano straordinario di accertamento demaniale per la ricognizione degli usi civici è incostituzionale, nella parte in cui non prevede la tempestiva comunicazione del piano e degli altri atti modificativi dei vincoli di destinazione ai competenti organi statali; adempimento che si rende necessario affinché lo Stato possa far valere la propria competenza a tutela del paesaggio (Corte costituzionale- sentenza n. 210/2014) E' il principio con il quale la Consulta ha accolto il ricorso proposto dall'Avvocatura generale dello Stato, secondo cui la norma regionale in questione , nel delegare i Comuni ad una ricognizione degli usi civici esistenti sul proprio territorio ne avrebbe disposto la sostanziale cessazione, interferendo sulla conservazione e sulla tutela dell'ambiente, la cura spetta allo Stato, ai sensi degli articoli 9 e 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione.

Articolo 1 legge Regione Sardegna n.1/2013 (estratto)
La Giunta regionale, mediante un piano straordinario di accertamento demaniale, provvede alla ricognizione generale degli usi civici e alla cartografia aggiornata di dati e accertamenti già esistenti riportati su cartografie antiche. A tal fine i Comuni, oltre a documentare il reale sussistere dell'uso civico, possono proporre alla Giunta regionale permute, alienazioni, sclassificazioni e trasferimenti dei diritti di uso civico nonché attuare processi di transazione giurisdizionale a chiusura di liti o cause legali in essere esse . Tutte le risultanze degli accertamenti che non risultino confermate o coerenti con la documentazione del piano di accertamento decadono con l'approvazione del complessivo piano di accertamento da parte della Giunta regionale.

La sentenza muove dal presupposto che la liquidazione degli usi civici, un tempo favorita dal legislatore per una migliore utilizzazione agricola dei terreni (legge n.1766/1927 , regio decreto n.332 e legge n.97/1994 ) è stata "messa in ombra" da una serie di interventi del legislatore miranti ad assicurare in primis la tutela dell'ambiente (legge n.431/1985) e del paesaggio (decreto legislativo n. 42/2004), che ha dato vita ad " forte collegamento funzionale" fra i due ambiti di disciplina. Collegamento che, per quel che riguarda la disciplina in materia di usi civici in Sardegna, è dato dall'attribuzione della potestà legislativa in capo alla Regione (articoli 3 e 6 dello Statuto speciale regionale) ed allo Stato (articolo 143 codice dei beni culturali e del paesaggio). Di qui la pronuncia della Consulta , che si è espressa nei termini sopra indicati, richiamando il proprio indirizzo giurisprudenziale, secondo cui:

-la conservazione ambientale e paesaggistica spetta, in base all'articolo 117, comma 2, lettera s, della Costituzione, alla cura esclusiva dello Stato (sentenza n. 367/2007) con la precisazione che tale competenza "riverbera i suoi effetti anche quando si tratta di Regioni a Statuto speciale e di Province autonome" (sentenza n.378/2007);

-la competenza statale in materia di usi civici trova espressione nell'articolo 143 del codice dei beni culturali e del paesaggio, le cui disposizioni costituiscono norme di grande riforma economico-sociale (sentenze n. 207 e 66 del 2012; n.164 del 2009 e n.51 del 2006) e che, pertanto, "si impongono al rispetto del legislatore della Regione autonoma della Sardegna, tenuto conto dei limiti posti dallo stesso Statuto sardo alla propria potestà legislativa" (sentenza n.51 del 2006) .

Di qui l'inadeguatezza del modello procedimentale prospettato dalla difesa regionale, secondo cui la conciliazione fra le competenze dello Stato e della Regione Sardegna sarebbe stata assicurata, all'indomani dell'avvenuta soppressione degli usi civici, in sede di conferenza di servizi per l' approvazione del piano paesistico; sede in cui lo Stato avrebbe potuto imporre "altro vincolo per la tutela delle relative zone, soddisfacendo l'interesse ambientale paesaggistico"
Soluzione, questa, che la Corte costituzionale ha ritenuto inadeguata , in ragione del fatto che l'interesse ambientale esige l'anticipazione dell'intervento statale alla fase della formazione del piano straordinario di accertamento demaniale, che ha – per l'appunto- la funzione di confermare o negare la qualificazione delle aree, con effetti definitivi sulla relativa tutela. D'altra parte – rileva la Consulta- l'eventuale apposizione di un vincolo diverso dagli usi civici non è in grado di assicurare una tutela equivalente, poiché il mantenimento delle caratteristiche morfologiche ambientali "richiede non una disciplina passiva, fondata su limiti e divieti, ma un intervento attivo, e cioè la cura assidua dei caratteri che rendono il bene di interesse ambientale".


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