Lavori Pubblici

Smarino come sottoprodotto: il Tar Lazio respinge il ricorso dell'Ance

Giuseppe Latour

Il decreto ministeriale che regola l'utilizzo delle terre e rocce da scavo come sottoprodotto nelle grandi opere rimane in vigore

Il decreto ministeriale che regola l'utilizzo delle terre e rocce da scavo come sottoprodotto nelle grandi opere non istituisce una procedura troppo gravosa per le imprese. E' questa, in sostanza, la motivazione con la quale il Tar Lazio ha appena respinto,con la sentenza n. 6187 del 10 giugno 2014 , il ricorso presentato dall'Ance e da una serie di imprese contro il Dm n. 161/2012. L'articolato assetto normativo attualmente in vigore per regolare il riutilizzo dello smarino nei cantieri resta, così, in piedi.

Il ricorso, presentato da diverse imprese e dall'Ance, andava contro il decreto del ministero dell'Ambiente n. 161 del 2012, entrato in vigore il 6 ottobre del 2012, "con cui sono stati stabiliti i criteri qualitativi e quantitativi da soddisfare affinché i materiali da scavo possano essere riutilizzati come sottoprodotti". Il regolamento, secondo i ricorrenti, "avrebbe profondamente sconvolto l'attività di costruzione, in quanto i complessi, onerosi e spesso inapplicabili adempimenti previsti ai fini del riutilizzo dei materiali da scavo ostacolerebbero l'effettivo riutilizzo delle terre e delle rocce da scavo, essendo, peraltro, contrastanti con le norme di legge di rango superiore in materia ambientale, edilizia e di trasporto, nonché con il principio di semplificazione dell'attività amministrativa". Per questo se ne chiedeva la cancellazione. Nel frattempo, va ricordato che l'ambito di applicazione del provvedimento è stato limitato e sono stati esonerati i piccoli cantieri: adesso il Dm si applica solo alle opere soggette ad autorizzazione integrata ambientale e a valutazione di impatto ambientale.

Per dirimere la controversia, il Tar Lazio riepiloga anzitutto i molti interventi in materia, a partire dal decreto Ronchi n. 22 del 1997, passando per la legge Lunardi n. 443/2001 e così via, fino al Codice ambiente (Dlgs n. 152/2006) e alle novità più recenti. Nel merito sono soprattutto due le contestazioni che la sentenza smonta. Con la prima viene messo nel mirino il termine di almeno 90 giorni prima dell'inizio dei lavori entro il quale deve essere presentato il piano di utilizzo, il cuore della procedura del Dm 161/2012: questo tempo così lungo contrasterebbe con le regole del Dpr n. 380/2001 in materia di procedimenti semplificati.

Si tratta di un'obiezione infondata, secondo i giudici, perché "lungi dal costituire una norma contraddittoria con altre disposizioni dell'ordinamento, come vorrebbero gli istanti, la previsione trova la sua giustificazione nella necessità che il tempo previsto per l'avvio dei lavori non sia inferiore al tempo del procedimento di approvazione del piano da parte delle autorità competenti". In sostanza, l'avvio del cantiere e la gestione delle terre devono andare di pari passo.

L'altra questione riguarda "il complesso di verifiche disposte dal regolamento ai fini del riutilizzo dei materiali di scavo provenienti dai siti sottoposti a bonifica o a risanamento ambientale". Questo iter risulterebbe troppo complesso e gravoso. Secondo il Tar Lazio, però, questa impostazione è assolutamente coerente "con i principi generali in materiale ambientale". Nel Codice ambiente, non a caso, "il legislatore ha inteso dichiarare esplicitamente l'obiettivo perseguito nella promozione dei livelli di qualità della vita umana da attuarsi attraverso la salvaguardia e il miglioramento delle condizioni dell'ambiente".


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