Lavori Pubblici

Appalti, addio al codice: ecco i paletti della riforma

Mauro Salerno

A dicembre la bozza, a metà 2015 il varo definitivo: codice semplificato, débat public, regolamentazione delle lobby, meno burocrazia, revisione Soa

Nelle prossime settimane l'approvazione dei criteri di delega che faranno da bussola per la riforma. Entro la fine dell'anno un primo testo consolidato. Poi l'approvazione definitiva della nuova disciplina degli appalti, destinata a mandare in pensione gli oltre 600 articoli dell'attuale codice sostituendola con una normativa molto più snella composta al massimo da 200 articoli.

A scandire il cronoprogramma del percorso di riforma degli appalti, innescato dall'approvazione delle nuove direttive europee e in qualche modo accelerato dalla nuova stagione di tangenti scoperchiata dalle indagini della magistratura sul Mose e l'Expo, è il viceministro delle Infrastrutture, Riccardo Nencini, tirando le fila del lavoro della commissione di Porta Pia che ha messo nero su bianco i criteri di delega che saranno vagliati in una delle prossime riunioni di Governo. «Contiamo di arrivare a un testo consolidato entro la fine dell'anno – dice Nencini – e di approvare il nuovo codice entro la metà del 2015, con dieci mesi di anticipo rispetto al termine di recepimento delle nuove direttive europee».

Alla base della riforma c'è la scelta di azzerare i 600 articoli del codice degli appalti e del suo regolamento e «armonizzare» la legge obiettivo sulle grandi infrastrutture strategiche alle regole generali sulle opere pubbliche.

Tra i 15 punti in cui si articolano i criteri di delega al Governo , è chiara l'intenzione di imprimere una svolta decisa. A partire dalla più volte annunciata riforma del sistema di qualificazione dei costruttori di opere pubbliche, gestito tramite società private (Soa) dopo l'abolizione dell'Albo nazionale costruttori nel 2000, fino all'introduzione di nuove norme per aumentare l'appeal nei confronti dei capitali privati, sempre rincorsi, ma finora mai pienamente coinvolti nei piani di realizzazione delle opere pubbliche. Sul punto le novità riguarderanno tanto le grandi opere – oggetto di una riscrittura completa – tanto il project financing. Anche se magari senza passare per un codice ad hoc per le concessioni, come ipotizzato dall'Autorità di vigilanza nell'atto di segnalazione al Governo licenziato poche settimane fa.

Al di là dei principi bisognerà poi vedere come verrà tradotto in pratica l'obiettivo di favorire la partecipazione agli appalti delle Pmi, dando corso allo spirito delle direttive europee. Altri punti cruciali saranno le norme sul débat public («è necessario il coinvolgimento del territorio sulle grandi opere»). Ma non ci si fermerà soltanto ai cittadini. Tra i criteri della delega è infatti messa nero su bianco anche l'intenzione di regolamentare la partecipazione dei «portatori qualificati di interessi» ai processi decisionali sulle opere pubbliche. Una norma sulle lobby, dunque, che rappresenterebbe una novità assoluta nel nostro ordinamento. La «commissione Nencini» non ha trascurato le misure destinate ad assicurare «la piena tracciabilità dei flussi finanziari» e a limitare contenziosi e varianti: il vero terreno di coltura della corruzione e dell'esplosione dei costi.

La riforma porterà con sé l'ennesimo tentativo di rafforzare l'appeal delle opere pubbliche nei confronti dei capitali privati «con un maggiore coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti, dal momento che – ha sottolineato il vice-ministro – le opere andate in partenariato pubblico-privato sono state pochissime, sono aumentate le gare ma le aggiudicazioni sono state molto basse». Si lavorerà «anche al performance bond», che in assenza di proroghe diventerà peraltro operativo già dal 30 giugno (vedi articolo a pagina 4), rischiando di mandare in tilt il mercato dei grandi appalti. Novità in vista anche per l'offerta più vantaggiosa, di cui il Governo sembra voler limitare il raggio di applicazione, andando in una direzione opposta a quella indicata dalle direttive.

Mentre si va verso una riforma organica, il Governo non rinuncia ad anticipare da subito una serie di misure ritenute più urgenti per alleggerire il peso degli adempimenti a carico di imprese e Pa e dare un taglio ai ricorsi che seppelliscono le aule dei Tar. Grazie alle norme contenute nel decreto di riforma della pubblica aministrazione, esaminate venerdì in Consiglio dei ministri. In ballo, tra le tante altre cose, ci sono l'addio alla responsabilità solidale tra appaltatore e subappaltatori, norma definita «aberrante» dal ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, e contestatissima dalle imprese, ma anche l'introduzione di pesanti sanzioni per le liti temerarie con l'obiettivo di scoraggiare l'ingresso in automatico in un tribunale ogni volta che si perde una gara. Pronta anche una misura più tecnica per semplificare le operazioni di aggiudicazione degli appalti a procedura aperta, permettendo alla commissione giudicatrice di verificare il possesso dei requisiti dopo l'apertura delle offerte, limitando così i controlli al primo classificato.


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