Lavori Pubblici

Dl lavoro: tutte le novità su Durc, contratti a termine e microstudi

Giuseppe Latour

Arriva il nuovo documento unico di regolarità contributiva. Se lo leggiamo sotto la lente delle costruzioni, è senza dubbio questo il cambiamento più importante che scatta con il decreto lavoro (Dl n. 34/2014). La legge di conversione del testo ha scatenato polemiche tra il Partito democratico e gli alleati di Governo: in commissione, infatti, sono arrivate modifiche (clicca per il testo ), pilotate dalla minoranza Pd, che non sono piaciute a Ncd e Scelta civica. Per adesso la norma è stata blindata dall'esecutivo con la fiducia votata oggi. Ma al Senato sono già stati chiesti cambiamenti corposi. Vediamo, punto per punto, quali sono le principali novità in arrivo dall'Aula. Che, insieme al Durc, includono anche un consistente maquillage di contratti a termine e apprendistato. Oltre alla soluzione di una piccola impasse sui microstudi professionali.

Durc
L'articolo 4 prevede una rivoluzione in materia di Durc. Secondo il testo, "chiunque vi abbia interesse verifica con modalità esclusivamente telematiche e in tempo reale la regolarità contributiva nei confronti dell'Inps, dell'Inail e delle Casse edili". In pratica, l'emissione del documento viene sostituita da una verifica grazie alla quale, con un solo clic, si resta coperti per 120 giorni. Anche se c'è un piccolo allungamento rispetto al passato. La verifica della regolarità, infatti, riguarda i pagamenti scaduti "sino all'ultimo giorno del secondo mese antecedente a quello in cui la verifica è effettuata". Allungando la validità, nei fatti, a sei mesi.

Il dettaglio della novità, però, non è ancora stato definito. Sarà contenuto in un decreto che il ministero del Lavoro dovrà emanare di concerto con il Mef e il ministero della Semplificazione, sentiti Inps, Inail e Commissione nazionale paritetica per le Casse edili. Entro 60 giorni dall'entrata in vigore del Dl, in questo modo, dovranno essere "definiti i requisiti di regolarità, i contenuti e le modalità della verifica". Il dicastero di Giuliano Poletti, in questi giorni, sta già lavorando al testo.

Apprendistato
In tema di apprendistato l'obiettivo è eliminare una serie di regole che negli anni passati hanno frenato la diffusione di questa tipologia contrattuale. Nella versione che uscirà dalla Camera, allora, i piani formativi andranno presentati in forma scritta, ma in versione leggera, in maniera cioè più sintetica rispetto al passato. Viene anche rivisto il vincolo al numero minimo di apprendisti da stabilizzare: si scende dal 50% della legge Fornero fino al 20%, per i datori di lavoro con almeno 30 dipendenti. Nella versione originale del Dl Poletti, addirittura, non era prevista alcuna soglia minima, per favorire la diffusione dello strumento.

Contratti a termine
Filosofia simile per i contratti a termine: il provvedimento cerca di facilitarli, riducendo i casi che portavano datori di lavori e dipendenti in tribunale. Vengono così riviste le norme in materia di contratti a tempo determinato. Anzitutto, viene eliminato l'obbligo di indicare la causale del rapporto di lavoro, indipendentemente da quando avviene il rinnovo. Il numero di proroghe viene portato a cinque, mentre nella prima versione era possibile arrivare ad otto, nell'arco di 36 mesi. Per monitorare gli effetti di queste modifiche, poi, entro 12 mesi dall'entrata in vigore del decreto il ministro del Lavoro dovrà riferire in Parlamento monitorando il mercato.

Microstudi
Il testo risolve, infine, anche un problema nato in materia di contratti a termine nei microstudi professionali. La questione nasceva dall'articolo 1 del provvedimento. Qui si stabilisce che "il numero complessivo di rapporti di lavoro" a tempo determinato costituiti da ciascun datore di lavoro "non può eccedere il limite del 20% dell'organico complessivo". Insomma, la quota di lavoratori a termine deve restare sotto controllo. Il tetto del 20%, però, comporta un effetto collaterale per chi ha un numero limitato di dipendenti. Per maturare il diritto a fare un contratto a termine, cioè, sarebbe necessario averne almeno cinque, per una banale questione algebrica. Così lo stesso Dl lavoro stabiliva che "per le imprese che occupano fino a cinque dipendenti è sempre possibile stipulare un contratto di lavoro a tempo determinato".

E qui nasceva il problema di interpretazione. La legge, infatti, nella prima parte parlava di "datore di lavoro" mentre nella seconda di "imprese". Gli studi professionali, allora, sembravano inclusi nella prima definizione ma non nella seconda. La conclusione era che, stando a un'interpretazione letterale del provvedimento, potevano sottoscrivere un contratto a tempo determinato solo gli studi con almeno cinque dipendenti. Un colpo durissimo per i piccoli studi, che sono anche quelli più diffusi sul nostro territorio.

Per correggere questa imprecisione la commissione ha sostituito il termine "impresa" con "datore di lavoro". Così, la possibilità di sottoscrivere almeno un contratto a termine fino a cinque dipendenti totali viene estesa a tutti, microstudi inclusi.


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