Lavori Pubblici

Terre e rocce da scavo, bocciata la legge del Friuli V.G.: prevale la norma statale

Giuseppe Latour

Riaffermato il principio della cedevolezza della normativa regionale rispetto al legislatore nazionale sulle rocce da scavo. Il principio vale anche in senso "automatico", cioè quando il legislatore nazionale approva una norma, in assenza della quale le Regioni hanno in precedenza legiferato "nelle more" dell'intervento statale

La materia delle terre e rocce da scavo è competenza esclusiva dello Stato. Con questa motivazione la Corte costituzionale ha bocciato, con la sentenza n. 300 del 2013, la legge n. 26 del 2012 del Friuli Venezia Giulia. Con quell'intervento la Regione aveva introdotto, tra le altre cose, una deroga alla disciplina nazionale in materia di smarino, finalizzata a favorire il riutilizzo dei materiali estratti nei piccoli cantieri. Una deroga che, secondo la pronuncia, invade un territorio nel quale possono addentrarsi solo Governo e Parlamento.

Nel mirino della Corte costituzionale è finito l'articolo 199 della legge, che riguarda le terre e rocce da scavo. Qui si stabilisce che, «nelle more dell'emanazione della disciplina per la semplificazione amministrativa delle procedure relative alle terre e rocce provenienti da cantieri di piccole dimensioni, la cui produzione non superi i 6mila metri cubi», il materiale può essere trattato come sottoprodotto e non come rifiuto purché sussistano una serie di condizioni. Si tratta di una procedura che derogava al sistema previsto all'epoca su base nazionale: il decreto ministeriale n 161 del 2012. Secondo il ricorso del Governo la Regione invade, con questo intervento, una competenza esclusiva dello Stato, ai sensi dell'articolo 117 della Costituzione: quella in materia di ambiente ed ecosistema.

Sul punto la Suprema corte fa, anzitutto, un excursus storico. E rileva che, nel frattempo, la norma nazionale di semplificazione alla quale faceva riferimento la legge regionale è stata approvata: si tratta dell'articolo 41 bis del decreto legge n. 69 del 2013, il Dl Fare. Qui si riordina il sistema e si stabilisce che il Dm 161 del 2012 deve essere applicato solo alle opere sottoposte a Via o Aia. Mentre per tutti gli altri casi, come i piccoli cantieri, sarà sufficiente un'autocertificazione per accedere ai benefici del trattamento dei materiali come sottoprodotto, ai sensi dell'articolo 184 bis del Codice ambiente. Quindi, la norma regionale decade automaticamente in presenza della disciplina nazionale. In base alla clausola prevista dal Friuli Venezia Giulia, infatti, «essa è da considerarsi cedevole rispetto alla futura disciplina statale. Essendo ora sopravvenuta tale legislazione si deve ritenere che l'articolo 199 abbia esaurito i suoi effetti».

La Corte, però, non chiude qui la vicenda. Essendoci altre Regioni che hanno disciplinato la materia, è importante stabilire se la relativa competenza appartenga allo Stato o possa essere delegata ad altri livelli di Governo. Secondo i giudici, la risposta è negativa, come ipotizzato dal ricorso dell'esecutivo. La materia dei residui di produzione, infatti, è da considerarsi riconducibile alla tutela dell'ambiente che, in base all'articolo 117 della Costituzione, è di competenza esclusiva dello Stato. Le Regioni non possono in alcun modo peggiorare il livello di tutela che viene fissato su base nazionale. Conclude la pronuncia: «Deve dunque essere dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'articolo 199».

Vai alla sentenza 300/2013 della Corte Costituzionale (link )


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