Lavori Pubblici

Cassazione: i fanghi del cemento sono rifiuti, non sottoprodotti

Massimo Frontera

La pronuncia della Corte riguarda i residui del lavaggio delle betoniere, come breccia o sabbione, che vengono prodotti subito dopo la posa in opera oppure nelle centrali di betonaggio

Le imprese di costruzioni e i gestori di centrali di betonaggio hanno un problema in più, tutto nuovo. Si tratta dello smaltimento dei fanghi che risultano dal lavaggio delle attrezzature con le quali viene trasportato e posato in opera il calcestruzzo.

Questo materiale viene solitamente smaltito in loco, quando viene pulita la betoniera appena vuotata, oppure viene smaltito nella centrale di betonaggio, alla fine della giornata di lavoro.
In quest'ultimo caso, le centrali di betonaggio più strutturate già prevedono vasche di raccolta dell'acqua utilizzata per questa pulizia giornaliera. Più "sportiva" invece la gestione in cantiere, anche perché il materiale di risulta del lavaggio, una volta seccato, viene utilizzato dall'impresa per consolidare la viabilità delle aree di cantiere.

Una pratica cui le imprese dovranno dire addio. La corte di Cassazione ha infatti declassato questo materiale da "sottoprodotto" a "rifiuto". E non si tratta di una sfumatura. Significa infatti che il materiale deve essere gestito con un trattamento apposito sia da parte dell'impresa (in caso di pulitura in loco della betoniera), sia da parte del gestore dell'impianto di betonaggio. In entrambi i casi i fanghi dovranno essere smaltiti come qualsiasi altro tipo di rifiuto.

Più in particolare, la sentenza 42338 (deposito 15 ottobre) afferma che i residui derivanti dal lavaggio delle betoniere, come la breccia o il sabbione di cemento, non rientrano nella nozione di sottoprodotto ai sensi dell'art. 184 bis del D.Lgs. 152/2006 (Codice dell'ambiente) ma vanno invece trattati come rifiuti.

Nella sentenza si afferma, tra le altre cose, che per essere considerata un sottoprodotto, è necessario che la sostanza: 1) «possa essere utilizzata direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale e che soddisfi, per l'utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell'ambiente»; 2) «sia originata da un processo di produzione, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la sua produzione».

Secondo i giudici, entrambe queste condizioni mancano. Un problema in più per le imprese, come segnala anche l'Ance, che, riguarda tutti i cantieri edilizi, anche di piccola e piccolissima dimensione, dove ci sia anche solo un'impastatrice da pulire.

«Tecnicamente - spiegano i tecnici dell'Ance - il materiale di lavaggio dovrebbe essere portato in discarica e avviato a smaltimento. Le imprese sarebbero costrette ad attrezzarsi con contenitori di acque di raccolta. Alla luce di questa sentenza, le imprese sono da subito esposte al rischio di contestazioni da parte delle autorità». L'Associazione nazionale dei costruttori sta anche cercando una soluzione che potrebbe prendere una di queste due direzioni (oppure un mix delle due): soluzione normativa, che passa per una modifica normativa da proporre al legislatore (magari cercando di approfittare del collegato ambientale); soluzione tecnica, ipotizzando un sistema di filtri in grado di separare in modo efficace l'acqua dalla componente cementizia, in modo da far rientrare quest'ultima nella definizione di sottoprodotto.

In ogni caso, un problema in più per le imprese, che ora aspetta una soluzione.

Scarica la sentenza della Corte di Cassazione (link )


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