Lavori Pubblici

Corte costituzionale: no alle società di certificazione nel capitale delle Soa

Mauro Salerno

Respinta la questione di legittimità sollevata dal Tar Lazio su ricorso di Rina. lI divieto di esercitare congiuntamente attività di attestazione e certificazione è giustificato «dall'esigenza di garantire il trasparente, imparziale e indipendente esercizio di una funzione di natura pubblica»

Le società di certificazione non possono detenere quote di capitale delle Soa, le società deputate a rilasciare l'abilitazione alle imprese interessate a partecipare agli appalti pubblici. Per la Corte costituzionale il divieto di esercizio congiunto di attività di certificazione e attestazione è giustificato «dall'esigenza di garantire il trasparente, imparziale e indipendente esercizio di una funzione di natura pubblica».

Conla sentenza 94/2013 la Consulta posa una pietra tombale sulla questione della cosiddetta «esclusività dell'oggetto delle Soa», che tra l'altro stabilisce il divieto per un medesimo soggetto di svolgere contemporaneamente attività di certificazione e di attestazione e, per un organismo di certificazione, di avere partecipazioni azionarie in una Soa.

La questione
Il giudizio nasce da più ricorsi promossi da società del gruppo Rina. In particolare la questione riguarda la Soa Rina il cui capitale è partecipato per il 99% da Rina Spa e per il restante 1% da Rina Services, società accreditata al rilascio di certificazioni di qualità. Secondo le ricorrenti «il divieto di un organismo di certificazione di possedere una quota minoritaria del capitale sociale di una Soa sarebbe ingiustificato rispetto allo scopo di garantire autonomia e indipendenza di giudizio». Al limite, è l'obiezione fatta propria anche dal Tar, un potenziale conflitto di interessi si potrebbe verificare quando le due attività - certificazione di qualità e attestazioni - venissero svolte nei confronti della stessa impresa. Ma non in ambito generale. Di qui la richiesta di giudicare la legittimità costituzionale dell'articolo 40, comma 3 del Dlgs 163/2006 e degli articoli 64 , 66 e 357, comma 21 del Dpr 207/2010. Il regolamento attuativo del codice pone infatti un termine di 180 giorni alle Soa per adeguare la propria compagine societaria all'obbligo di «prevedere come oggetto esclusivo lo svolgimento delle attività di attestazione».

Per il Tar l'articolo 40, comma, 3 sarebbe in contrasto anche con l'art. 3 della Costituzione, poiché determinerebbe «una disparità di trattamento tra gli operatori economici», in quanto «agli organismi di certificazione preclude sic et simpliciter la possibile partecipazione al capitale delle Soa», mentre «gli altri soggetti» possono «liberamente detenere partecipazioni al capitale delle Soa». Inoltre, «il divieto assoluto per gli organismi di certificazione di partecipare al capitale sociale delle Soa» sarebbe sproporzionato rispetto alla finalità della norma e lesivo del principio di ragionevolezza.

La sentenza
La Corte costituzionale ha bocciato le ricostruzioni sulla base del ruolo di funzione pubblica attribuito alle Soa. «Una volta scelta la soluzione di allocare all'esterno della Pa i controlli per qualificare gli esecutori di lavori pubblici, articolandoli in due fasi distinte, di differente ambito ed oggetto e attribuite a soggetti diversi - argomenta la Consulta - il divieto del congiunto esercizio delle attività di certificazione e di attestazione da parte di uno stesso soggetto e le limitazioni alla partecipazione al capitale sociale delle Soa per gli organismi di certificazione sono del tutto coerenti con quella scelta e giustificati in particolare dall'esigenza di garantire il trasparente, imparziale ed indipendente esercizio di una funzione di natura pubblica». Per questo «è conseguentemente ragionevole e proporzionata una disciplina quale quella in esame che mira a scongiurare una commistione (anche solo sostanziale) potenzialmente lesiva di detti requisiti e dell'esigenza di neutralità e trasparenza, che deve essere massima nel settore dei lavori pubblici».


Per la Corte «non è, infine, fondata l'ulteriore censura proposta dal Tar deducendo che il citato art. 40, comma 3, realizzerebbe una disparità di trattamento in danno degli organismi di certificazione, discriminati rispetto ad altri soggetti "che possono detenere liberamente partecipazioni al capitale delle Soa". La situazione di detti organismi, alla luce dell'attività svolta, e degli interessi dalla stessa tutelati è, infatti, evidentemente diversa e non comparabile con quella di tutti gli altri «operatori economici» (così indeterminatamente indicati dal Tar), rispetto ai quali non sussistono quelle situazioni in grado di vulnerare l'esigenza di indipendenza, neutralità ed imparzialità della Soa».


© RIPRODUZIONE RISERVATA