Lavori Pubblici

Terre e rocce da scavo: il regolamento aumenta le incertezze. Le nuove regole in Friuli e Veneto

Fabrizio Luches

L'abrogazione dell'articolo 186 del Dlgs 152/2006 pone dubbi anche su aspetti che si potevano ritenere consolidati nella prassi previgente come il riutilizzo del materiale scavato (purchè non contaminato) nello stesso sito di produzione

La complessità a cui è giunta la materia ha generato l'effetto opposto a quello perseguito dal legislatore nel delegare la disciplina di dettaglio: l'emanazione del regolamento sull'utilizzazione delle terre e rocce da scavo, con l'abrogazione dell'articolo 186 del Dlgs 152/2006 (sancita a sua volta dall'art. 39, comma 4, Dlgs 205/2010 in attuazione della Direttiva 2008/98/CE), ha - di fatto - aumentato l'incertezza applicativa, ponendo dubbi anche su aspetti che si potevano ritenere consolidati nella prassi previgente, quali a esempio, il riutilizzo del materiale scavato (purchè non contaminato) nello stesso sito di produzione.

La segreteria tecnica del ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, con nota prot. 36288 del 14/11/2012 ha confermato che il Dm 161/2012 non tratta il materiale riutilizzato nello stesso sito in cui è prodotto (in forza alla specifica esclusione contenuta nell'art. 185, comma 1, lett. c) Dlgs 152/2006), ma ha anche evidenziato che il decreto non tratta nemmeno i materiali da scavo prodotti nell'ambito dei piccoli cantieri (cioè sino a 6.000 mc), in quanto l'art. 266, comma 7, del Dlgs 152/2006 indica la necessità di un diverso e specifico decreto.

Partendo dal presupposto della non applicabilità del Dm 161/2012 ai materiali non contaminati escavati nel corso di attività di costruzione e da riutilizzarsi nello stesso sito, nonché ai materiali destinati a diversi utilizzi entro i 6.000 mc, insorgono evidenti problematiche applicative ed economiche, in primis perchè il comma 1-bis dell'art. 49 D.L. 1/2012 (aggiunto dalla L. 27/2012 in sede di conversione) ha disposto in termini generali che il Dm che abroga l'art. 186 cit. "stabilisce le condizioni alle quali le terre e rocce da scavo sono considerate sottoprodotti ai sensi dell'art. 184-bis del Dlgs 152/2006"; in secondo luogo nessun decreto ministeriale è stato ancora emanato per la disciplina dei piccoli cantieri.

Per far fronte all'onerosità dell'applicazione del Dm 161/2012 per i piccoli cantieri e limitare la produzione di rifiuti da conferire in discarica (questione già esaminata da «Edilizia e Territorio») due Regioni hanno emanato norme di settore in attesa della regolamentazione statale: il Friuli Venezia Giulia attraverso l'art. 199 della legge regionale 21/12/2012 n. 26 e il Veneto con deliberazione della Giunta regionale n. 179 dell'11/02/2013.

La legge friulana
La Regione autonoma ha integrato la propria disciplina in materia di attività estrattive (lr 35/1986) prevedendo che i materiali da scavo prodotti nel corso di attività e interventi provenienti da cantieri di piccole dimensioni, la cui produzione non superi i 6.000 mc e autorizzati in base alle norme vigenti, siano sottoposti al regime di cui all'art. 184-bis nel caso in cui il produttore dimostri (con dichiarazione ex DPR 445/2000) all'Autorità che ha approvato o autorizzato l'intervento che:
a) la destinazione all'utilizzo è certa, direttamente presso un determinato sito o un determinato ciclo produttivo;
b) per i materiali che derivano dallo scavo non sono superate le Concentrazioni Soglia di Contaminazione di cui alle colonne A e B della tabella 1 dell'allegato 5 al titolo V, parte IV, Dlgs 152/2006, con riferimento alla specifica destinazione d'uso urbanistica del sito di destinazione;
c) l'utilizzo in un successivo ciclo di produzione non determina rischi per la salute nè variazioni qualitative o quantitative delle emissioni rispetto al normale utilizzo di altre di materie prime;
d) ai fini di cui alle lettere b) e c) non è necessario sottoporre le terre e rocce da scavo ad alcun preventivo trattamento fatte salve le normali pratiche industriali e di cantiere di cui all'allegato 3 del Dm 161/2012.

Con delibera C.d.M. dell'8/02/2013 il Governo ha presentato impugnativa dinnanzi alla Consulta delle disposizioni legislative regionali indicate e introdotte dall'art. 199 della lr 26/2012, sul presupposto che i criteri previsti a livello regionale non soddisfano le condizioni dettate dal Dm 161/2012, affinché il materiale da scavo sia considerato sottoprodotto e non rifiuto (dimenticando che lo stesso Ministero ha affermato che il Dm non trova applicazione nei piccoli cantieri ex art. 266, comma 7, Dlgs 152/2006). La questione - a giudizio di chi scrive - deve ritenersi invece fondata in ordine allo sforamento della competenza statutaria (artt. 4 e 5 L.C. 1/1963), in quanto afferente alla materia della tutela dell'ambiente e dell'ecosistema di cui all'art. 117, co. 2, lett s) Cost., per la quale lo Stato ha competenza legislativa esclusiva.

Le procedure operative venete
Il Veneto ha inteso sopperire al momentaneo vuoto normativo nazionale con una deliberazione della Giunta regionale, contenente le procedure operative per la gestione delle terre e rocce da scavo in quantitativi movimentati fino a 6.000 mc, sulla scorta delle disposizioni regionali previgenti, dettate in attuazione dell'art. 186 Dlgs 152/2006.

La delibera n. 179/2013 (clicca qui per scaricare le istruzioni operative ) revoca infatti la precedente DGRV n. 2424/2008 in materia, proprio a seguito dell'entrata in vigore del Dm 161/2012 e prevede la trasmissione delle nuove procedure operative al Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare per l'eventuale pronunciamento sulla questione.

Diversamente dal provvedimento legislativo friulano, il Veneto non si è limitato a dettare alcuni criteri finalizzati alla qualificazione di sottoprodotto del materiale scavato, ma ha suddiviso le prescrizioni in ragione delle diverse tipologie di intervento e in funzione del processo produttivo di origine (interventi sottoposti a VIA e/o AIA; interventi soggetti a permesso di costruire o DIA/SCIA; interventi sia pubblici che privati non sottoposti ad alcuna procedura di valutazione ambientale o titolo abilitativo edilizio), indicato altresì le modalità per lo svolgimento dell'indagine ambientale (al fine di rappresentare in modo adeguato le caratteristiche del terreno da scavare e per gestire i dati risultanti), le metodologie di campionamento, analisi chimiche del terreno e test di cessione (facendo rinvio all'allegato 2 Parte IV, Titolo V, Dlgs 152/2006), le tabelle di riferimento per la verifica di concentrazione di inquinanti e i siti di possibile destinazione in riferimento ai limiti di concentrazione degli inquinanti medesimi (rinviando alle tabelle 1 e 2 dell'allegato 5, Dlgs 152/2006) e predisponendo, infine, la modulistica da adottarsi (anch'essa suddivisa in dichiarazione del tecnico incaricato da allegare al progetto dei lavori privati soggetti a titolo edilizio; dichiarazione dell'appaltatore/committente e del tecnico incaricato da presentare prima dell'esecuzione dei lavori; dichiarazione del direttore dei lavori da presentare alla fine dei medesimi; formulario attestante la destinazione e quantità esportata dei materiali di scavo).

Conclusioni
Partendo dal presupposto giuridico incontrovertibile che la disciplina dei rifiuti, afferendo alla materia di tutela dell'ambiente, è attribuita alla legislazione esclusiva dello Stato a seguito della modifica del Titolo V della Parte seconda della Costituzione, le Regioni non possono derogare alle norme statali che disciplinano la materia, neppure in via sussidiaria e cedevole (con la sentenza 249 del 27/04/2009 in tema di adozione di norme e condizioni per l'applicazione di procedure semplificate in materia ambientale, la Consulta ha oltretutto escluso la necessità di qualunque forma di coinvolgimento delle autonomie territoriali).

In tale materia deve pertanto intendersi riservato allo Stato il potere di fissare livelli di tutela uniforme sull'intero territorio nazionale, restando parimenti ferma la competenza delle Regioni in ordine alla cura di interessi funzionalmente collegati con quelli propriamente ambientali, dato che la disciplina ambientale dettata dallo Stato, opera come un limite alla disciplina che le Regioni e le Province autonome dettano in altre materie di loro competenza, per cui queste ultime non possono in alcun modo peggiorare il livello di tutela ambientale stabilito dallo Stato.


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