Lavori Pubblici

Se l'amministrazione ritarda l'emissione del certificato di pagamento evita la maxi-penale sui ritardati pagamenti

Massimo Frontera

Fatta la norma, trovato l'inganno. È proprio il caso di dirlo. In questo caso all'inganno si aggiunge la beffa, se non fosse che la questione – quella dei tempi di pagamento – è ormai diventata di vita o di morte per le imprese.

E infatti la questione riguarda proprio le nuove norme sui pagamenti delle imprese, quelle operative dal primo gennaio scorso, introdotte dal decreto legislativo 192/2012 di recepimento della direttiva 2011/7/Ue.

L'ultima importante novità è arrivata con la nota ministeriale congiunta Sviluppo-Infrastrutture, diffusa lo scorso 23 gennaio, che ha definitivamente chiarito l'applicazione delle norme anche al settore dei lavori pubblici (leggi la nota ministeriale a questo link ). Ma ora la questione è diventata un'altra. Sulla quale i costruttori dell'Ance hanno lanciato un warning, segnalando un vulnus nell'interpretazione ministeriale in grado di aprire la strada a un'elusione delle norme comunitarie.

Il certificato di pagamento. Il nodo della questione riguarda la fase che le norme europee definiscono genericamente di "verifica" e che la nota ministeriale individua, all'interno delle procedure delle opere pubbliche, nella fase di controllo del lavoro eseguito: fase che si conclude con l'emissione del certificato di pagamento da parte del funzionario dell'amministrazione pubblica.

Nella sua interpretazione, il ministero salva, nella sostanza, lo statu quo, cioè l'applicazione del codice dei contratti, sia per quanto riguarda le scadenze, sia per quanto riguarda le penalità. Sul primo punto – i tempi – pur dichiarando «non compatibile» con le nome europee il termine di 45 giorni, la nota ministeriale lo conferma nella sostanza quando ammette che il più breve termine di 30 giorni può essere diversamente pattuito nel contratto e può essere portato a 45 giorni.

La nota del ministero Sviluppo-Infrastrutture. Molto più gravida di conseguenze è la seconda parte dell'interpretazione ministeriale, quella che riguarda la penale da applicare in caso di inerzia dell'amministrazione. Siccome nelle norme Ue non si parla di penali per la fase della verifica, il ministero ritiene di fare salva la penale attualmente prevista dal codice dei contratti, «che non presenta profili di contrasto con le disposizioni della direttiva».

Attualmente, tale fase prevede una scadenza di 45 giorni per l'emissione del certificato di pagamento. Oltre questo termine, la penalità prevede l'applicazione di un tasso legale per i primi 60 giorni e di un tasso di mora individuato in base a un Dm Economia dal 61° giorno in poi.
Attualmente, nel primo caso (tasso legale) il riferimento per il calcolo è pari al 2,5%, nel secondo caso (tasso di mora) si sale a 5,27 per cento.

Si tratta di indici nettamente al di sotto del moltiplicatore introdotto dalle norme Ue, pari all'8% che va poi sommato a un tasso base individuato ogni semestre dal ministero dell'Economia, e che è pari allo 0,75% per il periodo primo gennaio-30 giugno 2013. Ne risulta dunque un tasso totale di mora pari all'8,75 per cento.

In allarme i costruttori del'Ance. Diametralmente opposta l'opinione dell'Ance, che su questo punto ritiene che la norma del codice debba ritenersi abrogata: «Una diversa interpretazione, che, come quella fornita nella nota ministeriale, indicasse, per la mancata effettuazione nei termini di attività propedeutiche al mandato di pagamento, una sanzione economica di gran lunga inferiore a quella voluta dal legislatore comunitario, condurrebbe alla situazione paradossale di impedire il verificarsi della circostanza (ossia la mancata adozione del mandato di pagamento nei termini) da cui la nuova normativa fa discendere la corresponsione degli interessi, con ciò eludendo la finalità della normativa stessa», si legge nel documento redatto dagli uffici interni dell'Ance e inviato esclusivamente alle imprese associate il 28 gennaio scorso.

«In altre parole – prosegue la circolare dell'Ance – l'amministrazione potrebbe trovare convenienza nel protrarre sine die l'emissione del certificato di pagamento e nel bloccare di fatto l'emissione del mandato. In tal modo, infatti, finirebbe per incorrere in una sanzione economica (come quella fissata dal decreto interministeriale di cui all'art. 133 del Codice) molto più lieve rispetto a quella prevista dal Decreto legislativo n. 192/2012 per il ritardo nell'emissione del mandato. Ciò, come detto, si risolverebbe in una palese elusione della finalità indicata dalla direttiva comunitaria 2011/7/Ue, difficilmente giustificabile a fronte di una eventuale procedura di infrazione».

Vail al testo della nota dell'Ance (link )


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