Lavori Pubblici

Composizione dei materiali, fase transitoria, silenzio assenso: le risposte ai quesiti nel dossier Ance

Giuseppe Latour

Il decreto ministeriale 161 del 2012 in materia di terre e rocce da scavo ha risolto un problema e ne ha creato qualche altro. Così l'Ance ha deciso di raccogliere in una guida le risposte alle domande più frequenti poste negli ultimi mesi dai suoi iscritti. Fornendo indicazioni applicative a tutti quei privati che stanno provando a sfruttare la norma per il riutilizzo dello smarino.
Perché – va ricordato – le regole in analisi sono nate per i grandi cantieri. E adesso vivono dentro un grande equivoco. Da un lato, infatti, prevedono una procedura particolarmente complessa che ruota attorno al piano di utilizzo delle terre e al loro trasporto dopo lo scavo. Dall'altro, però, dovranno essere utilizzate anche per i piccoli lavori. Le Pmi, allora, si stanno scontrando con le difficoltà interpretative della norma. La guida dei costruttori rappresenta una prima ancora di salvezza (clicca qui per scaricare il documento completo ).

Qualche esempio può aiutare a capire come è strutturata. Una risposta importante arriva sulla tipologia di materiali alla quale si applica il decreto n. 161/2012. Secondo l'Ance «per materiali di scavo si intende il suolo o sottosuolo, con eventuali presenze di riporto, derivanti dalla realizzazione di un'opera quali, a titolo esemplificativo, scavi in genere, perforazione, trivellazione, palificazione, opere infrastrutturali, materiali litoidi in genere, residui di lavorazione di materiali lapidei (marmi, graniti, pietre, ecc.) anche non connessi alla realizzazione di un'opera».

Ma nello smarino non deve per forza essere presente solo terra. Il decreto ammette anche la presenza di alcuni elementi: calcestruzzo, bentonite, polivinilcloruro (Pvc), vetroresina, miscele cementizie e additivi per scavo meccanizzato. «Sempre che la composizione media dell'intera massa non superi i limiti massimi di concentrazioni di inquinanti previsti dal decreto stesso».
Altro chiarimento interessante viene dato sulla cosiddetta «fase transitoria». Il decreto 161, infatti, delinea una particolare procedura per i procedimenti di riutilizzo delle terre e rocce da scavo presentati prima del 6 ottobre 2012, data di entrata in vigore del Dm 161/2012, e basati sulle regole del Codice ambiente.

Per garantire continuità tra il vecchio e il nuovo regime, viene previsto che tali progetti di riutilizzo possano essere assoggettati alla disciplina prevista dal nuovo regolamento con la presentazione di un piano di utilizzo entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto stesso ( quindi, entro il 4 aprile del 2013). Qualora non si opti per tale soluzione, i materiali potranno continuare ad essere trattati secondo le indicazioni del Codice ambiente.

Ancora, il dossier si occupa della questione della formazione del silenzio assenso dopo la presentazione del piano, spiegando che «si tratta di una questione ancora controversa e causata dal mancato coordinamento tra due disposizioni contenute nell'articolo 5». Infatti, da un lato viene stabilito che il piano deve essere approvato o rigettato, lasciando perciò presumere che vi debba essere un provvedimento espresso da parte dell'autorità competente; dall'altro lato invece viene previsto che, decorso il termine di 90 giorni dalla presentazione del piano, il proponente gestisca il materiale da scavo nel rispetto del piano stesso. Facendo presumere che un provvedimento esplicito potrebbe anche non esserci.

Al riguardo, l'Ance conclude «nella premessa che le norme appaiono alquanto contraddittorie, appare preferibile, in attesa di chiarimenti da parte del ministero dell'Ambiente, optare per la prima interpretazione (esclusione del silenzio assenso, ndr) che risulta essere maggiormente prudenziale e garantista. Sul punto, inoltre, si ricorda che l'articolo 20 della legge 241/1990 esclude in linea generale il silenzio assenso in materia ambientale, in tali casi infatti è richiesta una espressa previsione normativa».


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