Lavori Pubblici

Opportuna una revisione delle norme, ma senza l'lllusione di «ingabbiare» la realtà

Federico Titomanlio*

È presumibile che il Governo Monti, facendo propria un'idea del Presidente dell'Autorità per la Vigilanza, Sergio Santoro, voglia anticipare il recepimento delle direttive attualmente all'esame del Parlamento europeo

L'annuncio del Presidente Monti, che dal 1° gennaio 2013 disporremo di una nuova normativa dei contratti pubblici, non può che fare piacere a tutti coloro che dapprima hanno visto nella codificazione del 2006 una volontà di stabilità normativa di cui si sentiva assolutamente il bisogno, dopo essere passati per 4 o 5 Merloni bis, ter, quater, eccetera, senza approdare mai ad un testo appena appena accettabile, e successivamente hanno avuto la delusione di un Codice come il 163 che, nel tentativo di recepire normative liberali come quelle europee, ha voluto conservare l'ispirazione della legge n. 109/1990, creando i presupposti per continui rattoppi legislativi susseguitisi negli ultimi cinque anni, per cui, ad oggi, il miglior commento sullo stato dell'arte non è quello dottrinario oppure giurisprudenziale, ma quello che risponda alla domanda «dove sta l'articolo...?».


Il Governo Monti che non ha contribuito a deflazionare l'assetto legislativo, ma sembra volersi riscattare offrendo ad amministrazioni, imprese, e in genere agli operatori del diritto, un nuovo testo a partire dal prossimo anno.

La fiducia in un Governo di tecnici per una questione tecnica bandisce ogni scetticismo circa la possibilità di realizzare questo obiettivo.

Dato il pochissimo tempo che ci separa dal 2013, è da ritenere che l'intenzione del governo sia quella di ripetere due esperienze molto positive realizzate in occasione del recepimento della prima direttiva lavori nel 1977 e della seconda direttiva lavori, la 440 del 1989, che fu introdotta nel nostro ordinamento con il decreto legislativo n. 406/1991. In tutti e due i casi, la fedeltà al testo europeo garantì una trasposizione tutto sommato indolore.

È presumibile quindi che il Presidente Monti, facendo propria un'idea del Presidente dell'Autorità per la Vigilanza, Sergio Santoro, voglia anticipare il recepimento delle direttive, che sono attualmente all'esame del Parlamento europeo e che sono destinate a sostituire le vigenti 17 e la 18.

Si può recepire una direttiva prima che venga approvata dall'Unione europea? In questo caso, la risposta è affermativa, perché le nuove direttive non fanno altro che codificare la giurisprudenza della Corte di giustizia la quale, com'è noto, si impone ai singoli Stati e alle amministrazioni con una forza che trascende il momento giurisdizionale. Dunque, recependo anticipatamente tali direttive, non si fa che dare attuazione alle decisioni della Corte di giustizia.

Tuttavia, bisogna fare i conti con la nostra normativa che si è andata stratificando e dilatando in maniera esponenziale tanto che, tra Codice e Regolamento, gli articoli da applicare sono più di 600; il che non sarebbe tutto sommato sconvolgente, se ogni articolo non fosse composto da una serie di commi che, tranne poche eccezioni, seguono l'andamento di una circolare.
Ovviamente, si dovrà abbandonare l'illusione che la legge possa disciplinare tutti i passaggi e gli atti dell'azione amministrativa. Bisogna ricordarsi che la realtà non è ingabbiabile. Se si cade nella tentazione o, meglio, nella presunzione dirigistica di voler tutto disciplinare, i contratti pubblici, che rappresentano il 14% del Pil, non si riconquisterà mai la loro funzione di volano dell'economia.

A proposito delle direttive comunitarie, va attirata l'attenzione del Governo e, in particolare, del Presidente Monti e del Ministro per le politiche comunitarie, entrambi grandi conoscitori dell'Unione Europea, sul fatto che le proposte di direttive messe a punto dalla Commissione erano tre. Infatti, alle classiche direttive nei settori ordinari e nei settori speciali si aggiungeva una terza direttiva sulle concessione.

Ebbene, a quanto risulta, tale direttiva difficilmente verrà alla luce, e ciò per l'opposizione dei Paesi nordici e della stessa Germania. Perché questa opposizione? Non si sbaglia a supporre che gli Stati vedano con fastidio una normativa che li vincola nella scelta dei concessionari e che vincola a valle anche gli stessi concessionari. È pertanto di tutta evidenza che questo sbilanciamento tra ordinamenti, come il nostro, che contengono una disciplina molto dettagliata delle concessioni, rispetto ad ordinamenti in cui la discrezionalità intesa come svincolo da regole è molto diffusa, ha un effetto anticoncorrenziale per chi non ha lasciato spazio a scelte libere delle amministrazioni.

Detto più chiaramente, è evidente che i capitali si indirizzeranno con maggior favore verso i sistemi giuridico-economici in cui l'autonomia è maggiore. In un sistema che nasce con ispirazioni economiche e concorrenziali qual è l'Unione europea, questa disparità di trattamento si risolve in un danno per i Paesi, come il nostro, più sensibili (o forse troppo sensibili) alla esigenza di regolamentare ogni atto dell'amministrazione. Quindi, o tutti liberi o tutti assoggettati alle stesse regole.

* Segretario Generale IGI – Istituto Grandi Infrastrutture


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