Lavori Pubblici

L'aggiotaggio incide anche sugli appalti: scatta l'esclusione dalla gara

Giuseppe Latour

Decisivo secondo i giudici amministrativi il giudizio sulla gravità della condotta che causa il reato

Il reato di aggiotaggio rientra nel recinto dell'articolo 38 del Codice dei contratti pubblici e, per questo, comporta l'esclusione dalle gare di appalto. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato con la sentenza n. 2607 del 2012, depositata lo scorso 7 maggio.
La pronuncia ricorda anzitutto che l'articolo 38 «costituisce presidio dell'interesse dell'amministrazione di non contrarre obbligazioni con soggetti che non garantiscano adeguata moralità professionale; condizioni perché l'esclusione consegua alla condanna sono la gravità del reato ed il riflesso dello stesso sulla moralità professionale».

Decisiva, quindi, secondo i giudici amministrativi, è il giudizio sulla gravità della condotta che causa il reato. Non tanto in relazione all'ambito professionale consueto della persona che l'ha posta in essere, quanto piuttosto in relazione ai «valori e beni giuridici al cui rispetto e tutela la condotta del concorrente ad un pubblico appalto debba necessariamente risultare improntata».
In questione è la parte dell'articolo 38 nella quale si stabilisce che sono esclusi dalla partecipazione alle procedure di affidamento delle concessioni e degli appalti di lavori, forniture e servizi i soggetti «nei cui confronti è stata pronunciata sentenza di condanna passata in giudicato, o emesso decreto penale di condanna divenuto irrevocabile, oppure sentenza di applicazione della pena su richiesta per reati gravi in danno dello Stato o della Comunità che incidono sulla moralità professionale». Insomma, la stazione appaltante ha un margine di discrezionalità.

Nel caso in questione, la stazione appaltante ha escluso dalla gara un'impresa il cui legale rappresentante era stato condannato per aggiotaggio. E, secondo il Consiglio di Stato, ha operato una valutazione corretta, «ove si tenga conto che la fattispecie di aggiotaggio individua come punibili comportamenti tali, per ragioni di modo, tempo e luogo, da alterare il giuoco normale tra domanda ed offerta nel mercato; l'essenza di tale reato è dunque quella di perturbare il libero gioco del mercato inserendovi un elemento fraudolento e così alterando i comportamenti degli operatori».
Per dirla all'inglese, si tratta di un reato di "market abuse". Che, come tale, non può non influenzare l'attività professionale del soggetto, anche se è stato compiuto a titolo personale. Chi ha commesso aggiotaggio, quindi, non può assicurare alla Pa l'affidabilità «di assoluto rispetto delle regole della concorrenza presidianti il settore stesso e il mercato in generale, che la veduta condanna smentisce o non è quanto meno in grado di assicurare in pieno».


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