Lavori Pubblici

Assicuratori contro il performance bond: rischio stop per le maxi-gare

Giuseppe Latour e Mauro Salerno

L'8 giugno entra in vigore la garanzia globale per gli appalti integrati superiori a 75 milioni e le opere da general contractopr, ma assicurazioni e banche non forniranno le garanzia: impegno eccessivo

Altro che «garanzia globale di esecuzione». A dispetto del nome altisonante, o anglofono, il performance bond ha tutta l'aria di potersi tramutare in un boomerang per le grandi opere italiane, rischiando di uccidere nella culla le maxigare in programma dall'8 giugno in poi.
A partire dalla fine del periodo transitorio previsto dal regolamento appalti, il performance bond diventerà obbligatorio in tutti i contratti di appalto affidati a general contractor e negli appalti integrati di importo superiore a 75 milioni. Rientrerà invece nelle facoltà delle stazioni appaltanti richiedere la garanzia globale per i contratti di semplice esecuzione di importo superiore a 100 milioni.

Il problema? Assicuratori, riassicuratori e banche non hanno alcuna voglia di concedere una garanzia che li obbliga a garantire che l'opera verrà certamente portata a termine. Come? Impegnandosi a trovare un sostituto (anzi due) in caso di inadempienza, perdita dei requisiti o fallimento del primo appaltatore e rimanendo esposti al rischio di pagare il prezzo dell'intera opera nel caso in cui non riesca a completare il cantiere per cui è stata attivata la garanzia.
Conseguenza? Il rischio che dall'8 giugno in poi le gare per grandi opere finiscano per rimanere nel cassetto delle stazioni appaltanti o andare deserte per l'impossibilità di trovare sul mercato un soggetto disposto a fornire la garanzia globale è tutt'altro che remoto.
«Ci sono due aspetti da tenere in considerazione – dice Giuseppe D'Avenio direttore bonding Italia di Atradius –. Il primo è di ordine quantitativo e riguarda la capacità di garantire copertura al sistema. Il secondo è che il performance bond ci chiede di trasformarci da assicuratori in general contractor, svolgendo un ruolo che esula completamente dal nostro oggetto sociale, che di certo non include il compito di selezionare imprese capaci di portare a termine un appalto».

Secondo le stime circolate negli ultimi mesi i performance bond da emettere a copertura delle grandi opere italiane comporterebbero per banche e compagnie assicurative un'esposizione di circa 30 miliardi di euro, contro un flusso di premi annuali contabilizzati dell'intero comparto operante nel ramo cauzioni di poco superiore a 500 milioni. «Questi numeri – sottolinea Silvano Bonelli, Head of engineering department di Munich Re, uno dei principali protagonisti del settore riassicurativo mondiale – bastano da soli a spiegare la prudenza con cui compagnie e riassicurazioni hanno deciso di affrontare il problema».

Parlare di prudenza, a questo punto è un eufemismo. La realtà è che con tutta probabilità, quando tra pochi giorni scatterà l'obbligo di garantire la realizzazione delle grandi opere tramite performance bond, non si troverà una sola compagnia disponibile a rilasciare la «garanzia globale». In tempi di credit crunch è difficile, se non inutile, aspettarsi un atteggiamento diverso dalle banche.

«Per quanto ci riguarda – aggiunge Laura Palazzo, responsabile canale commerciale bonding Italia di Atradius – non forniremo questi tipi di garanzia e visto che dall'8 giugno anche fornire una "provvisoria" per le grandi opere comporta l'obbligo di andare fino in fondo con un performance bond, non daremo più neanche quella in questo tipo di gare». Il risultato? «Senza provvedimenti c'è da aspettarsi che molte grandi gare finiscano per rimanere congelate per un po' oppure per finire deserte». Per assicuratori e banche – che si aspettavano uno slittamento con il decreto Milleproroghe poi non arrivato – si è cercato di mutuare "malamente" un modello Nordamericano che da noi rischia di non funzionare, tanto per capacità del sistema finanziario-assicurativo che per la cronica sottocapitalizzazione delle imprese di costruzione.

Sul punto il regolamento prevede che l'appaltatore possa anche farsi fornire il performance bond dalla propria società capogruppo, ma la casa madre deve poter vantare un patrimonio netto superiore a 500 milioni. Condizione che in Italia è rispettata da un'impresa o due. Con il che si pone anche un problema di concorrenza e – magari – di una possibile "colonizzazione" del mercato da parte dei big stranieri


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