Lavori Pubblici

Rocce da scavo: meno vincoli, ma soltanto per le grandi opere

Giuseppe Latour

Il decreto alla firma dei ministeri delle Infrastrutture e dell'Ambiente riduce i vincoli sul riutilizzo dei materiali da riporto ma disegna un meccanismo complesso utilie soltanto per le grandi opere

Nodo dell'alta velocità a Firenze, Torino-Lione, Variante di valico, Expo di Milano. Il decreto che disciplina le terre e rocce da scavo arriva finalmente alla meta (qui la bozza del documento ) e non si contano i grandi cantieri italiani che ne beneficeranno. La gestione dei materiali escavati come sottoprodotto (e non più come rifiuto), infatti, è destinata a portare grossi benefici alle opere stradali, ferroviarie e a tutti gli interventi di impatto rilevante nelle grandi città. Mentre pesa una sola ombra: lo stralcio della disciplina dei piccoli cantieri, che dovranno usare regole comuni a tutte le tipologie di appalto. Trovandosi, quindi, piuttosto appesantiti.

Il decreto applica una norma del Dl liberalizzazioni e chiude una lunga controversia apertasi con il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo: sono ormai parecchi mesi che questo provvedimento, nella vecchia versione, rimbalza tra Consiglio dei ministri e Consiglio di Stato. Il testo azzera tutto con un colpo di spugna e va a fissare un principio fondamentale: «il materiale da scavo è un sottoprodotto» se sono rispettate quattro condizioni. Il materiale da scavo deve essere generato durante la realizzazione dell'opera, deve essere riusato nell'esecuzione della stessa o di un'altra opera, deve essere idoneo a essere utilizzato direttamente e deve soddisfare i requisiti di qualità ambientale.

Tutti questi elementi dovranno essere indicati in un piano di utilizzo, da presentare all'autorità competente almeno 90 giorni prima dell'inizio dei lavori per la realizzazione dell'opera. L'autorità in questione è l'ente che autorizza la realizzazione dell'opera oppure, per le opere soggette a valutazione ambientale, il ministero dell'Ambiente o la Regione.
Questa ha facoltà di richiedere all'Arpa la verifica della qualità ambientale del materiale, sentendo eventualmente l'impresa. Il piano dovrà indicare i siti che produrranno i materiali da scavo, i siti dove questi materiali saranno riutilizzati, le caratteristiche dei materiali, le modalità di trasporto ed, eventualmente, i siti dove si depositano temporaneamente i materiali in questione. Per ciascun piano viene fissato un termine, decorso il quale il materiale viene considerato rifiuto e non più sottoprodotto, a meno che non venga presentato un nuovo piano.

Un punto decisivo nella gestione delle terre e rocce sarà la fase di trasporto, per la quale viene predisposta una documentazione che deve accompagnare costantemente l'uscita del materiale dal sito di produzione. Questa dovrà anche essere inviata all'autorità competente e dovrà indicare le generalità della stazione appaltante, la ditta appaltatrice, la ditta che trasporta il materiale, la ditta che riceve il materiale, il luogo di destinazione, la targa del mezzo utilizzato, il sito di provenienza, la data e ora del carico, la quantità e la tipologia di materiale trasportato.

Descritto il sistema nelle sue linee principali, appare chiaramente un'ombra: sembra cioè tagliato sulle esigenze dei grandi cantieri. Questa macchina così complessa di gestione delle terre si giustifica solo per notevoli volumi di materiale escavato; i piccoli cantieri vengono ignorati dal provvedimento. La pronuncia del Consiglio di Stato che dà via libera al decreto, molto efficacemente, sottolinea «lo stralcio della procedura semplificata prevista per i piccoli cantieri, oggetto di una successiva autonoma proposta di regolazione»


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