Lavori Pubblici

La Consulta frena le Regioni: non basta l'inerzia statale per decidere sugli impianti verdi

Carmen Chierchia


La Corte costituzionale torna sul conflitto tra Stato e Regioni sulle procedure di autorizzazione degli impianti fotovoltaici. Stavolta tocca al Piemonte che forte dell'inerzia statale aveva sospeso le autorizzazioni. Ma la Consulta ha bocciato la scelta.

Con la sentenza n. 192 dell'8 giugno 2011, la Corte costituzionale ha ribadito un principio già chiarito in precedenza: il procedimento per il rilascio dell'autorizzazione unica alla costruzione e l'esercizio degli impianti alimentati da fonti rinnovabili segue una procedura ispirata ai principi di semplificazione e celerità e il termine per la conclusione del procedimento (180 giorni, portati a 90 dal Dlgs 28/2011) rappresenta un principio fondamentale della materia. La sentenza affronta, sia pur in maniera liminare, anche un altro principio già sviscerato dalla Corte costituzionale: prima della pubblicazione delle Linee guida nazionali per il rilascio dell'autorizzazione unica, le Regioni non avevano il necessario potere per individuare le aree non idonee all'installazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili.
Al di là del principio enucleato, che – come detto – si allinea a una costante giurisprudenza (sentenze n. 166 e 382 del 2009; n. 119 e 344 del 2010; n. 44 del 2011), la sentenza 192/2011 suscita interesse anche per gli spunti critici sollevati dalla difesa della Regione Piemonte, che ha illustrato le ragioni che hanno mosso le Regioni a limitare e regolamentare l'uso delle energie rinnovabili nel proprio territorio, sia pur andando incontro a pronunce di incostituzionalità.
La legge del Piemonte
Con specifico riguardo alla fattispecie della sentenza 192/2011, si ricorda che la Corte costituzionale è intervenuta sulle norme della Regione Piemonte che, con la legge regionale 3 agosto 2010, n. 18 aveva sospeso le procedure volte al rilascio delle autorizzazioni per gli impianti che ricadevano in determinate aree, fino alla adozione da parte della Regione del provvedimento di individuazione delle aree non idonee per l'installazione degli impianti fotovoltaici a terra.
In altri termini, l'articolo 27 della legge della Regione Piemonte introduceva una moratoria delle procedure relative a impianti fotovoltaici non integrati sospendendo le procedure autorizzative in corso o attivate successivamente all'entrata in vigore della stessa relative a impianti fotovoltaici non integrati da realizzare su terreni ricompresi nelle aree di esclusione di cui al paragrafo 3.3 dell'allegato alla delibera Gr 28 settembre 2009, n. 30-12221. La sospensione avrebbe dovuto durare fino all'entrata in vigore del provvedimento regionale di recepimento delle Linee guida nazionali (il Dm 10 settembre 2010).
Il Piemonte ha poi recepito le Linee guida nazionali con la Dgr 14 dicembre 2010, n. 3-1183 («Individuazione delle aree non idonee per l'installazione di impianti fotovoltaici a terra»).
Il ricorso del Governo
Il Governo ha impugnato l'articolo 27 della Lr 18/2010 sostenendo – e tale interpretazione è stata confermata come si vedrà dalla Corte costituzionale – che la legge regionale avrebbe comportato la sospensione sine die delle procedure autorizzative. Infatti, la legge impugnata è stata pubblicata il 3 agosto 2010, momento in cui le Linee guida nazionali non erano state ancora approvate definitivamente, né tantomeno si era in grado di immaginare i tempi per la loro approvazione finale. Di conseguenza, anche l'approvazione del provvedimento di recepimento regionale delle Linee guida nazionale avrebbe necessitato per sua natura di un arco di tempo lungo (fissato dal legislatore in 90 giorni, ma anche soggetto a estensione). Pertanto, subordinare la ripresa dell'iter autorizzativo di alcuni procedimenti pendenti (nonché l'avvio di quelli ancora da iniziare) al momento in cui la Regione Piemonte avrebbe recepito il contenuto delle Linee guida avrebbe determinato una sospensione senza limiti di tempo certi delle procedure autorizzative.
In tal modo, la Regione Piemonte ha violato uno dei principi fondamentali contenuti nella normativa nazionale sullo sviluppo delle fonti energetiche: il rispetto del termine di 180 giorni (ora 90, come detto) per la conclusione delle procedure autorizzative.
La norma nazionale (il Dlgs 387/2003 e il Dlgs 28/2011) detta – tra le altre cose – regole volte a favorire lo sviluppo degli impianti da fonte rinnovabile secondo parametri di semplificazione amministrativa al fine di accelerare i tempi per l'ottenimento delle autorizzazioni alla costruzione e gestione degli impianti. La previsione di un periodo di tempo ben determinato per la conclusione del procedimento autorizzativo è un indice di tale tendenza alla semplificazione e alla riduzione dei tempi.
Secondo la Corte costituzionale, la Lr 18/2010, prevedendo la sospensione dei procedimenti in corso al momento della sua entrata in vigore, e di quelli iniziati in seguito, ha determinato l'effetto di procrastinare per un periodo di tempo indeterminato il rilascio della relativa autorizzazione, così contravvenendo alla norma di principio stabilita nel Dlgs 387/2003.
In tal modo la Regione ha invaso la competenza statale in materia di produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia, di cui all'articolo 117, terzo comma, della Costituzione.
Le aree non idonee
La sentenza si presenta interessante nella parte in cui si descrivono le difese della Regione Piemonte a sostegno della legittimità della Lr 18/2010. Infatti, sebbene le censure principali concernevano la sospensione sine die delle procedure autorizzative, la Regione – come si evince dal testo della sentenza – ha difeso la posizione delle Regioni italiane che, a distanza di sette anni dal Dlgs 387/2003 in assenza di Linee guida nazionali non sono state messe in condizione di salvaguardare le parti del proprio territorio che sarebbero dovuto essere preservate da interventi di installazione di impianti di produzione da fonte rinnovabile.
Il comma decimo dell'articolo 12 del Dlgs 387/2003 prevede che in attuazione delle Linee guida per il procedimento autorizzativo le Regioni possono procedere alla indicazione di aree e siti non idonei alla installazione di specifiche tipologie di impianti adeguando le rispettive discipline entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore delle Linee guida. In caso di mancato adeguamento, si applicano le Linee guida nazionali. In Regione Piemonte, con la Dgr 28 settembre 2009, n. 30-12221 venivano già individuate le aree di esclusione, repulsione e di attrazione ma è stata la Lr 18/2010 che ha di fatto bloccato le procedure autorizzative per gli impianti ricadenti nelle aree di esclusione.
La difesa regionale ha concentrato le proprie osservazioni sui poteri delle Regioni di salvaguardare alcune parti del territorio piemontese dalla proliferazione incontrollata e pregiudizievole degli impianti fotovoltaici a terra, ossia non integrati anche in assenza delle Linee guida nazionali. Secondo la Regione, questa tipologia di impianti «benché alimentati da fonte energetica rinnovabile, per sua natura implica rilevanti impatti di carattere ambientale e di consumo del territorio, e non può quindi essere sottratta a tempo indeterminato al principio di individuazione delle aree non idonee alla loro localizzazione, sancito dal Dlgs n. 387 del 2003, solo in virtù del fatto che non sono state finora approvate, a distanza di sette anni dall'entrata in vigore dello stesso, le linee guida nazionali dirette a disciplinare lo svolgimento del procedimento unico per il conseguimento dell'autorizzazione».
Lo stallo ha costretto la Regione a individuare uno strumento che consenta temporaneamente di salvaguardare alcuni siti da interventi i cui effetti, pur pregevoli sotto il profilo dell'utilizzo delle fonti rinnovabili, avrebbero come inevitabile risvolto la compromissione di aree tutelate.
La Corte costituzionale
Nonostante l'accorata difesa dei poteri regionali in tema di uso del territorio, la Corte costituzionale ha ritenuto illegittimo l'articolo 27 della Lr 18/2010 per contrasto con l'articolo 12, comma 4, del Dlgs 387/2003 sottolineando che le Regioni sono impossibilitate a interferire sulla procedura autorizzatoria e quindi che è irrilevante il momento dell'adozione delle linee guida nazionali e il loro recepimento regionale.


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