Lavori Pubblici

La Cassazione: il direttore
dei lavori non è responsabile
per l'incidente in cantiere

Luigi Caiazza

A «salvare» il committente il fatto che l'evento si sia verificato prima dell'entrata in vigore dei Dlgs 626/1994 e 494/1996 che hanno coinvolto direttamente il committente dei lavori attraverso i piani di sicurezza e di coordinamento (Psc).

Dopo l'assoluzione in sede penale, la Cassazione esclude la responsabilità civile del direttore dei lavori in caso di infortunio sul lavoro del lavoratore dipendente dell'impresa appaltatrice.
La Cassazione, sezione lavoro, con sentenza 11757/2011 depositata il 27 maggio scorso distingue le responsabilità tra il direttore dei lavori e il direttore del cantiere nell'esecuzione di un appalto di lavori.
I fatti
Il lavoratore Ni... Pa..., dipendente della società Eu... ha subito un infortunio mortale a causa dello smottamento del terreno nel cantiere in cui prestava la propria attività lavorativa.
A seguito di procedimento penale, veniva riconosciuto responsabile dell'incidente Di Me... Vi..., direttore del cantiere dell'impresa Eu..., con la conseguente condanna dello stesso al risarcimento dei danni, mediante provvisionale. Iniziava quindi il processo in sede civile presso il Tribunale di Benevento da parte degli aventi diritto, i quali domandavano la condanna di Di Me... Vi... al risarcimento dei danni sia patrimoniali che morali nella misura complessiva di 304 milioni di lire decurtati i 20 milioni che questi aveva già versato in provvisionale.
Il Di Me... Vi... si costituiva in giudizio contestando la domanda e rilevando che vi erano altri soggetti responsabili dell'accaduto, identificabili nell'ing. De Ma... Am..., direttore dei lavori, e nella società Eu... appaltatrice dell'opera, di cui chiedeva la chiamata in causa al fine di esperire nei loro confronti domanda di regresso ai sensi dell'articolo 2055 Cc. Nello stesso giudizio si costituiva anche l'Inail che, avendo già erogato agli eredi dell'infortunato la somma di 132 milioni di vecchie lire a titolo di prestazioni assicurative dovute per la morte del congiunto, chiedeva di surrogarsi nei diritti dei danneggiati, verso i responsabili dell'illecito ai sensi dell'articolo 1916 Cc e, per l'effetto, chiedeva la condanna del Di Me... Vi... al pagamento della somma sopra indicata. Il Tribunale, in accoglimento della domanda degli eredi, condannava in solido Di Me... Vi..., De Ma... Am... e la società Eu... al pagamento della somma di 15mila euro in favore dei ricorrenti. Accoglieva altresì la domanda dell'Inail condannando in solido i predetti convenuti a restituire all'Istituto la somma di 121mila euro.
La Corte di appello di Napoli, in parziale riforma dell'impugnata sentenza, accoglieva la domanda di regresso proposta da Di Me... Vi... nei confronti dei responsabili in solido Di Me... Vi... e la società Eu... e dichiarava che gli stessi avevano concorso in pari misura al verificarsi dell'evento; per l'effetto dichiarava che, nei rapporti interni tra i tre corresponsabili, l'obbligazione risarcitoria di euro 15mila con relativi interessi dovesse essere ripartita in tre parti uguali, tenendo conto che il Di Me... Vi... aveva già corrisposto agli eredi la somma di 20mila lire, per cui aveva diritto alla restituzione di quanto corrisposto in più. Condannava, altresì, in solido i tre soggetti alla restituzione, in favore dell'Inail, della somma di euro 121mila, da ripartire in tre quote uguali.
La Corte di merito motivava la propria decisione ritenendo responsabile dell'illecito l'impresa appaltatrice tenuta a risarcire i danni provocati a terzi, ai sensi dell'articolo 1655 Cc.
Riteneva altresì responsabile Di Me... Vi..., quale direttore del cantiere, per la mancata predisposizione delle strutture di sostegno e per aver consentito la presenza dell'infortunato all'interno della trincea mentre l'escavatore lavorava sul ciglio dello scavo, determinando lo smottamento dello scavo stesso, con ciò violando l'articolo 22 del Dpr 7 gennaio 1956, n. 164. Concludeva per la responsabilità anche di De Ma... Am..., direttore dei lavori, avendo omesso di esercitare i propri doveri di sorveglianza e controllo che avrebbero dovuto essere esercitati anche attraverso i contatti con il direttore di cantiere, come per l'omessa costruzione delle protezioni alle pareti dello scavo. Sotto altro profilo, considerava l'Inail quale interventore volontario e definiva la domanda proposta dall'Istituto come azione surrogatoria.
Il ricorso per Cassazione
Avverso la sentenza della Corte di appello proponeva ricorso per Cassazione De Ma... Am..., mentre Di Me... Vi... e Inail intervenivano con rispettivi controricorsi. Si asteneva, invece, la società Eu...
In sintesi De Ma... Am... adduceva a motivi che:
a) la Corte territoriale non aveva tenuto conto che nel processo penale, conclusosi con la condanna di Di Me... Vi... per omicidio colposo, egli era stato prosciolto per non aver commesso il fatto. Era stato, infatti, riconosciuto che come direttore dei lavori non aveva responsabilità per l'infortunio derivante, invece, dalla mancata osservanza da parte dell'appaltatore delle norme infortunistiche. Peraltro, la sentenza, seppure emessa sotto il vigore del vecchio codice di procedura penale, è anche vero che la stessa non poteva essere ignorata nel caso di specie in quanto costituiva l'antecedente logico della sentenza di condanna del direttore di cantiere;
b) la condanna a restituire all'Inail in solido la somma di euro 121mila, è stata decisa senza che l'Istituto avesse proposto una rituale domanda nei suoi confronti. Infatti, costituendosi in giudizio in primo grado, aveva proposto domanda di surroga solo nei confronti di Di Me... Vi...;
c) non essendo destinatario delle norme di legge violate, la sentenza impugnata non ha adeguatamente motivato le ragioni che hanno determinato invece la sussistenza della sua responsabilità.
Di Me... Vi..., adduceva a motivi che:
a) aveva già provveduto al pagamento della somma di 20 milioni di lire, senz'altro superiore alla quota a proprio carico a seguito della sentenza relativa al risarcimento complessivo (15mila euro);
b) la sentenza non prevedeva la refusione da parte degli altri due soggetti della differenza della somma pro-quota versata in più;
c) la Corte territoriale non aveva valutato le eccezioni circa la inammissibilità della domanda proposta dall'Inail;
d) la domanda dell'Inail, indipendentemente dalla qualificazione data dall'ente, doveva essere qualificata come azione di «regresso» e non di «surroga», con ciò determinando l'inammissibilità o improcedibilità della domanda, attesa la conseguente diversità del rito e che l'azione di regresso era sottoposta necessariamente al rito del lavoro, mentre la domanda risarcitoria, proposta dagli eredi, era soggetta al rito ordinario;
e) la Corte territoriale ha rigettato l'eccezione di prescrizione per il decorso dei tre anni;
f) il danno patrimoniale liquidato alla stregua degli articoli 1223 e segg. Cc era notevolmente inferiore alle prestazioni assicurative erogate.
La decisione sul merito
La Corte di cassazione ha accolto innanzi tutto il ricorso del direttore dei lavori in merito ai precedenti punti a) e c).
In proposito ha evidenziato un errore di diritto in quanto con le sentenze di merito erano stati disapplicati i principi già enunciati dalla stessa Cassazione. Infatti, in tema di appalto, di regola, è l'appaltatore che risponde dei danni provocati a terzi ed, eventualmente, anche dell'inosservanza della legge penale durante l'esecuzione del contratto. Ciò discende dall'autonomia con la quale svolge la sua attività nell'esecuzione dell'opera o del servizio oggetto, dell'appalto, organizzandone i mezzi necessari, curandone le modalità e obbligandosi a fornire alla controparte l'opera o il servizio al quale si era obbligato.
Il controllo e la sorveglianza del committente si limitano, invece, nell'accertare e nel verificare la corrispondenza dell'opera o del servizio affidato all'appaltatore, con quanto costituisce l'oggetto del contratto. Ne discende, pertanto, che una responsabilità del committente nei riguardi dei terzi potrebbe configurarsi solo se venga dimostrato che il fatto lesivo sia stato commesso dall'appaltatore in esecuzione di un ordine impartitogli dal direttore dei lavori o da altro rappresentante del committente stesso.
In linea di fatto, verificandosi tale ipotesi, l'appaltatore agirebbe quale nudus minister (articolo 1667 Cc: appaltatore che esegue un lavoro, rispettando soltanto le istruzioni del committente) privo, cioè, dell'autonomia che gli compete, ovvero quando si versi nell'ipotesi di culpa in eligendo (articolo 2049 Cc: trattasi di responsabilità oggettiva determinata da colpa nello scegliere), la quale ricorre quando il compimento dell'opera o del servizio siano stati affidati a impresa appaltatrice priva della capacità e dei mezzi tecnici indispensabili per eseguire la prestazione oggetto del contratto. Sugli stessi principi sopra enunciati si era fondata la stessa Corte di legittimità (Cassazione, sentenze 2 marzo, n. 4361, 19 aprile 2006, n. 9065) per cui sul punto si è concluso che potrà configurarsi la responsabilità del committente se e quando questi, esorbitando dalla semplice sorveglianza sull'opera oggetto del contratto, con particolare riferimento al risultato prefissato, abbia esercitato una concreta ingerenza sull'attività dell'appaltatore. Non è stata pertanto condivisa la sentenza di merito allorché ha addebitato al committente e, per esso, al direttore dei lavori, l'omesso controllo nei confronti del direttore del cantiere, diretto destinatario, con l'impresa esecutrice, dell'applicazione delle norme antinfortunistiche. Ciò è confermato anche dal proscioglimento in sede penale di Di Me... Vi..., direttore dei lavori, dall'imputazione dello stesso reato addebitato al direttore di cantiere, «per non aver commesso il fatto».
Come risulta dalla stessa ricostruzione dei fatti, elaborata con la sentenza in esame, l'infortunio è avvenuto prima dell'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, quindi prima del mese di ottobre 1989, quando ancora non era vigente il Dlgs 19 settembre 1994, n. 626 e il successivo Dlgs 14 agosto 1996, n. 494 (entrambi confluiti nel Tu, approvato con Dlgs 9 aprile 2008, n. 81).
Le disposizioni richiamate, a differenza dei principi sopra enunciati dalla Corte di legittimità, coinvolgono direttamente la responsabilità del committente nella esecuzione dell'appalto di opere edili come nel caso in esame. Infatti, ora la responsabilità del committente viene individuata sin dal momento della progettazione dell'opera mediante l'individuazione e la nomina del coordinatore della progettazione il quale deve, da subito, provvedere a redigere, per conto del committente o responsabile dei lavori, un apposito documento (piano di sicurezza e coordinamento, Psc), contenente, in sintesi, l'individuazione, l'analisi e la valutazione dei rischi e le conseguenti procedure. In fase di esecuzione dell'opera la stessa normativa richiamata, che non ha subito nel tempo sostanziali variazioni, prevede l'obbligo dell'individuazione e nomina del coordinatore per l'esecuzione e la redazione, da parte dell'impresa appaltatrice, del piano operativo di sicurezza (Pos) il quale deve uniformarsi al Psc.
Compito del coordinatore dell'esecuzione, che opera, dunque, per conto del committente, è quello, tra l'altro, di verificare la corretta applicazione, da parte delle imprese esecutrici, delle disposizioni loro pertinenti contenute del Psc e la corretta applicazione delle relative procedure di lavoro. Controllo che non è fine a se stesso atteso che la stessa normativa prevede che il coordinatore per l'esecuzione ha l'obbligo di segnalare al committente, previa contestazione scritta all'appaltatore, le inosservanze degli obblighi di legge loro competenti e delle prescrizioni di cui al Psc e proporre la sospensione dei lavori. È egli stesso obbligato a sospendere le singole lavorazioni, in caso di pericolo grave e imminente direttamente riscontrato.
Da rilevare che l'allegato II al Dlgs 494/1996 (allegato XI al Tu), tra i lavori comportanti rischi particolari per la sicurezza dei lavoratori, che non sarebbero quindi sfuggiti alla valutazione del Psc, prevede proprio «i lavori che espongono i lavoratori a rischi di seppellimento».
È evidente che per i fatti avvenuti dalla data di entrata in vigore del Dlgs 494/1996 (24 marzo 1997), l'incidente come quello oggetto della sentenza in esame, avrebbe avuto diversa sorte nei confronti del committente che, peraltro, non è stato neanche chiamato in causa.
La decisione sull'Inail
Preliminarmente, la Cassazione ha evidenziato che la sentenza impugnata ha considerato l'Inail come interventore volontario e ne ha qualificato la domanda come azione di surroga ex articolo 1916 Cc, secondo cui l'assicuratore che ha pagato l'indennità è surrogato, fino alla concorrenza dell'ammontare di essa, nei diritti dell'assicurato verso i terzi responsabili.
È costante giurisprudenza che il diritto che il terzo può far valere in un giudizio, pendente tra le altre parti, è possibile se esso è relativo all'oggetto sostanziale dell'originaria controversia, da individuarsi con riferimento al petitum e alla causa petendi (Cassazione, sezioni unite, sentenza 5 maggio 2009, n. 10274), ovvero dipendente dal titolo dedotto nel processo medesimo a fondamento della domanda originaria. Nella causa in esame, promossa dagli eredi dell'infortunato, l'oggetto principale era riferito al risarcimento del c.d. danno differenziale in relazione al quale hanno chiesto la condanna dei soggetti che l'hanno determinato.
La domanda dell'Inail, invece, come anticipato, è stata ritenuta come azione di surroga ex articolo 1916 Cc avente a oggetto la restituzione di quanto versato dall'Istituto medesimo agli eredi a titolo di prestazioni assicurative, diversa dunque, sia in merito al petitum che alla causa petendi, da quella promossa dagli eredi dell'infortunato.
Infatti, il danno differenziale richiesto dagli eredi deve intendersi come danno ulteriore rispetto a quello riconosciutogli ed erogato dall'istituto previdenziale. Esso dunque è dato dalla differenza tra quanto è possibile chiedere al datore di lavoro in sede civilistica e quanto versato, nel nostro caso, dall'Inail a titolo di indennizzo per l'infortunio occorso, ai sensi dell'articolo 85 del Tu dell'assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, approvato con Dpr 30 giugno 1965, n. 1124. Pertanto, la Cassazione, discostandosi dalla decisione della Corte di appello nella parte in cui ha rigettato l'eccezione di inammissibilità della domanda proposta dall'Inail, ha accolto il ricorso.


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