Lavori Pubblici

Dl semplificazioni: più facile certificare i lavori all'estero

Valeria Uva

Si prevede un modello semplifcato rispetto all'attuale e si individuano responsabilità più precise delle sedi diplomatiche italiane all'estero

Per i costruttori diventa più facile dimostrare di aver svolto lavori all'estero e utilizzarli come «passaporto» per accedere agli appalti domestici. Guarda soprattutto alle grandi imprese italiane, da sempre molto attive anche fuori dai nostri confini, la norma del Dl semplificazioni che cerca di mettere ordine nel caos dei certificati per i lavori all'estero. Per la prima volta si chiarisce cosa deve essere scritto nei certificati perché siano validi, si prevede un futuro modello ad hoc semplificato rispetto a quello italiano e si individuano in modo chiaro ruoli e responsabilità del personale diplomatico a Roma o sul posto, chiamato a collaborare e a preparare i certificati.
Finora infatti ottenere dalle ambasciate o dagli stessi committenti stranieri la prova dei lavori realizzati nello Stato estero era a volte impossibile: burocrazia, mancanza di un funzionario responsabile, oppure instabilità politica hanno spesso impedito alle nostre grandi aziende di costruzione di documentare quanto avevano costruito fuori dall'Italia. Con il risultato di perdere «punteggio» per qualificarsi alle gare italiane, basate anche sul fatturato e lavori analoghi a quello in palio.

Ebbene il decreto semplificazioni rende il certificato più facile: ad esempio, se l'impresa non ha più una rappresentanza nel Paese o c'è una situazione di rischio deve intervenire la Farnesina. Definite anche le condizioni per rilasciare il certificato ai subappaltatori italiani dell'impresa che ha lavorato fuori confine.
Per il resto, le norme su appalti e infrastrutture non hanno subito modifiche con l'approvazione definitiva del provvedimento. Confermata, quindi, l'istituzione della Banca dati dei contratti pubblici, gestita dall'Autorità di vigilanza sugli appalti, che deve partire il prossimo primo gennaio. Nella versione finale si precisa che sarà la stessa Autorità a indicare «i dati concernenti la partecipazione alle gare e la valutazione delle offerte in relazione ai quali è obbligatoria l'inclusione della documentazione nella Banca dati». In altre parole, va ancora definita la lista di documenti che confluirà nella banca dati e che non potrà più essere richiesta in originale ai concorrenti. L'operazione non sarà semplice: primo perché si tratta di far dialogare fra loro banche dati diverse, poi perché alcune informazioni necessarie per gli appalti sono molto «delicate» (ad esempio le certificazioni e le informazioni antimafia). Ma, a regime, la banca dati dovrebbe ridurre di molto i tempi dei controlli, oggi attestati sui 70 giorni, necessari alle amministrazioni per verificare le autocertificazioni presentate dai concorrenti in gara.

Ed è al sicuro anche la gradualità delle sanzioni alle imprese che hanno rilasciato false dichiarazioni in fase di gara (si veda anche il Sole 24 ore del 28 gennaio): l'esclusione da appalti e subappalti non sarà più automatica e uguale per tutti, ma potrà essere graduata, caso per caso, dall'Autorità dei contratti pubblici e arrivare al massimo ad un anno. L'ammorbidimento si è reso necessario per venire incontro ai casi meno gravi: finora infatti bastava "dimenticare" di segnalare una piccola multa non pagata per incappare nello stop di un anno, che di fatto decretava la morte dell'impresa. Un dato può chiarire: nel 2010 le annotazioni registrate sul Casellario dell'Authority sono state 1.675.
Completa il percorso di snellimento dell'iter per le delibere Cipe di finanziamento delle infrastrutture: il taglio dei tempi (30 giorni per inviare la delibera alla firma del presidente del Consiglio) riguarderà non più solo i singoli progetti di opere pubbliche, ma tutti i piani e i programmi.

Infine il piano scuole: confermata l'ipotesi di un nuovo piano straordinario di ammodernamento degli edifici anche in chiave di risparmio energetico che dovrà essere attuato senza ulteriori risorse. Ci si muoverà su tre direttrici: utilizzazione di edifici pubblici dismessi (compresi quelli militari), permuta di vecchie scuole, nascita di fondi immobiliari per la valorizzazione. Nella versione finale è scomparso il riferimento esplicito anche a premi di cubature e diritti edificatori da concedere ai privati disposti a investire in nuove scuole. l'ipotesi è più sfumata: si accenna solo a «modalità di compartecipazione facoltativa degli enti locali».


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