Lavori Pubblici

La mannaia pensioni si abbatte sugli edili

Flavia Landolfi

I sindacati: «Sarà un disastro, una chimera accumulare 42 anni di contributi»


«Un disastro». È questo il commento unanime dei sindacati dell'edilizia di fronte alla riforma delle pensioni firmata dal ministro Fornero. Perché se già il settore scontava problemi non indifferenti nel cumulo dei contributi e nel raggiungimento dell'età minima per l'uscita, oggi la situazione diventa ancora più drammatica. Arrivare ai 40 anni di contribuzione era una specie di chimera anche prima che il Governo Monti intervenisse in questo delicato meccanismo. A dirlo sono i sindacati. Ma se non fosse sufficiente ci sono anche i dati della Cnce. Che fotografano un mercato del lavoro ormai strutturato intorno alla fascia che va dai 35 ai 40 anni di anzianità dei dipendenti delle imprese. E che sono statici. Nel senso che in 11 anni, dal 1999 al 2010, salvo innalzamenti o abbassamenti dei volumi degli occupati, si registra in via strutturale il crollo dei dipendenti dal 51esimo anno di età in poi (si vedano le tabelle a fianco). Basti pensare che nel solo 2010 la fascia 3 (che comprende i lavoratori dai 36 ai 50 anni) contava 248.788 dipendenti, mentre la fascia 4 (51-60 anni) crollava a quota 95.836 per raggiungere il "baratro" della fascia 5 (61-65 anni) con solo 18.775 lavoratori. La domanda che sorge spontanea e alla quale la risposta è univoca è: che fine fa la maggior parte degli edili che scompare dalle statistiche a partire dai 51 anni? «Lavorano in nero, oppure prendono la partita Iva pur continuando con la loro impresa», dice Massimo Trinci, responsabile delle Politiche contrattuali di Feneal Uil. Il sindacato in questi giorni ha sollevato la questione delle pensioni attraverso il suo segretario Antonio Correale. «Noi – ha detto – rappresentiamo una categoria di lavoratori, quelli delle costruzioni, che appartengono a un settore ora in profonda crisi e a una tipologia d'impiego effettivamente pesante, usurante e la cui durata è limitata e dettata dai tempi delle opere da realizzare. Noi siamo la dimostrazione visibile che questa manovra non è giusta e soprattutto non è utile a far ripartire il motore dello sviluppo». Secondo Feneal Uil gli effetti saranno drammatici: «Una situazione - aggiunge Trinci - in cui per sopravvivere e accumulare pezzetti di contribuzione si accetterà qualunque cosa, con un'evidente effetto di immersione e un aumento del nero».
Anche Fillea Cgil parla di un disastro per i lavoratori dell'edilizia. Romano Baldo parte da una considerazione che mette subito il dito nella piaga della questione. «La pensione si calcola sull'aspettativa di vita – dice –. Peccato che quella degli edili sia di sette anni inferiore rispetto a quella di altre categorie». La realtà è che nella vita lavorativa di un muratore che, prestando la sua attività ai cantieri è impiegato solo per la durata dell'opera e poi viene mandato a casa, si accumulano mediamente 26-28 anni di contributi. Un livello molto lontano dai 42 anni introdotti con la riforma Fornero. «Questa riforma non affronta i problemi - aggiunge Baldo - anzi. Il sistema si basa su coefficienti in cui si presume che l'aspettativa di vita sia identica per tutti e non è affatto così. Secondo una ricerca di un professore torinese, dal 1990 al 2000 un imbianchino a soli 20 anni aveva una speranza di vita di altri 45, quindi a 66 anni, anziché lavorare in realtà è già morto».
I sindacati dicono che un primo passo per introdurre un diverso calcolo, più aderente alle realtà di alcuni lavori particolarmente usuranti, si era iniziato a farlo con la riforma Damiano. Che però poi si è arenata. Il risultato? «Il risultato – tuona Baldo – è che gli edili devono continuare a lavorare, se non sono defunti prima e ce la fanno a salire su un'impalcatura, fino a 65 anni di età».
È un grido di allarme anche quello che lancia il segretario generale della Filca-Cisl, Domenico Pesenti: «Di questa riforma contestiamo l'aver preso a riferimento un'unica fascia di età, senza tenere conto della specificità del lavoro edile che per sua natura è invece un tipo di attività molto pesante».
Secondo Filca, peraltro, è iniquo anche il meccanismo che assegna agli autonomi aliquote più basse (ora per effetto dei ritocchi della manovra i contributi pensionistici salgono di 1,3 punti percentuali per il prossimo anno, gli anni successivi di 0,45 punti, fino ad arrivare al 24 per cento). «L'aliquota contributiva deve essere identica anche per gli atipici – prosegue Pesenti – anche perché per questo tipo di lavoratori si è creato un meccanismo per cui il peso previdenziale è leggero e il rapporto di lavoro è più labile».
Non esiste a oggi nemmeno l'appiglio dei lavori più faticosi, perché quando si è andati al tavolo a discutere delle categorie da tutelare, solo alcune sono state inserite tra quelle protette. Lo dice Donato Ciddio di Feneal-Uil che spiega come solo «i minatori, gli asfaltatori e i cavatori sono rientrati nei lavori usuranti». Ciddio però fa qualche proposta: «Innanzitutto bisognerebbe favorire l'uscita dei disoccupati strutturali – dice – e poi si potrebbe trasferire l'assistenza straordinaria delle Casse edili per i trattamenti sanitari sul capitolo previdenziale».
Non si tratterebbe di una panacea per tutti i mali, ma almeno tamponerebbe la falla. In attesa che in futuro si trovino altre soluzioni per una categoria che se fino a ieri era in grave sofferenza, oggi rischia di rimanere schiacciata sotto il peso delle nuove pensioni.


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