Innovazione e Prodotti

Il restauro si fa hi-tech con i nanomateriali

Mila Fiordalisi

La sfida lanciata dagli esperti del Politecnico di Milano: fotocatalitico per superfici che restano pulite più a lungo, argento contro muffe e batteri, nanocalci per consolidare

Spingere l'utilizzo dei nanomateriali nell'ambito del recupero del patrimonio architettonico. Per dotare di nuove funzionalità le superfici, aumentare i benefici frutto della manutenzione conservativa e «amplificare» il risultato in termini di durabilità ed efficacia nel tempo. È questa una delle sfide su cui alcuni fra i massimi esperti italiani e internazionali di conservazione dei beni architettonici, archeologici e paesaggistici hanno acceso i riflettori in occasione della tre giorni milanese «Built Heritage 2013» andata in scena presso il Politecnico di Milano.
«I materiali che si utilizzano tipicamente nel restauro architettonico non garantiscono una lunga durata. Bisogna reintervenire con una certa frequenza soprattutto nel caso di edifici localizzati in aree ad alta densità di inquinamento. Cosa che non accade se si utilizzano i nanomateriali di ultimissima generazione che al contrario sono in grado di creare una "scocca" protettiva duratura», spiega a «Progetti & Concorsi» Lucia Toniolo, presidente del Centro per la conservazione e valorizzazione dei beni culturali del Politecnico di Milano.

Toniolo, come si sta evolvendo il comparto?

A oggi per le operazioni di restauro si tendono a utilizzare materiali di tipo polimerico con funzioni protettive o consolidanti. I nanomateriali di nuova generazione sono invece «intelligenti» perché dotano materiali tradizionali di funzioni nuove. Idrorepellenti e vernici protettive non sono più sufficienti; è tempo di prodotti con funzioni specifiche, ad esempio anti-inquinanti e anti-batteriche peraltro già disponibili sul mercato. Le nanoparticelle più appealing sono decisamente quelle fotocatalitiche che consentono di mantenere più pulite le superfici riducendo la quantità di inquinanti organici.

Ma che tipo di garanzie ci sono? Sono davvero efficaci nel tempo?

Non stiamo certamente parlando di tecnologie mature e questo dunque non permette di valutarne appieno l'efficacia nel corso del tempo. Bisogna poi considerare che esistono tantissime tipologie di nanoparticelle. Nel caso del biossido di titanio (Tio2) ad esempio non si può usare la stessa matrice in caso di nuove costruzioni e di recupero di edifici a elevato valore architettonico. Insomma, bisogna fare dei distinguo se non vogliamo rischiare l'effetto boomerang. Al momento sono in corso dei test per mettere a punto materiali in cui la parte più superficiale sia additivata con nanoparticelle dalla funzionalità permanente. E sul fronte delle innovazioni hanno ottimi risultati le nanoparticelle d'argento, che evitano la formazione di muffe, muschi e batteri.

Materiali autopulenti ma anche antibatterici, in quest'ultimo caso su cosa si sta lavorando?
Il lavoro maggiore riguarda la calce, materiale già di per sé da sempre utilizzato per «igienizzare». Le nanocalci sono a base di particelle che possono penetrare in materiali inorganici come ad esempio gli intonaci. I prodotti di nuova generazione sono altamente performanti e possono essere utilizzati sia in interni sia su facciate esterne. E oltre alla funzione antibatterica c'è quella consolidante: in questo caso grazie ai nanomateriali si possono riempire bene le cavità, il tutto senza alterare le superfici visto che siamo di fronte a soluzioni trasparenti, inodori e totalmente eco-compatibili.


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