Lavori Pubblici

Codice appalti/2. Scicolone (Oice): solo danni con il ritorno al progettista pubblico

Massimo Frontera

Il presidente delle società di ingegneria contro le misure a favore dell’appalto integrato e la reintroduzione dell’incentivo del 2% ai tecnici della Pa

Stabilizzazione dell’appalto integrato per le manutenzioni, ritorno dell’incentivo del 2% alla progettazione interna. L’Oice si schiera contro queste novità contenute nelle ultime bozze del decreto legge Semplificazioni che oggi, salvo imprevisti, il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare. Novità che vanno ad aggiungersi alla centrale della progettazione, prevista dalla manovra di Bilancio, e che dimostra la volontà di tornare a una stagione di “Stato progettista”. Un rigurgito di statalismo che l’Oice - per bocca del presidente Gabriele Scicolone - considera controproducente per tutti, privati e amministrazioni, ma soprattutto impraticabile.

Presidente Scicolone, partiamo dalle novità del Dl Semplificazioni. Perché non vi piace la norma sull’appalto integrato?
Non è tanto la norma in sé, che è limitata alle manutenzioni, dove in alcuni casi la progettazione esecutiva potrebbe anche essere considerata ridondante. Non è pertanto un’apertura totale all’appalto integrato, ma è un segnale. Temiamo che sia il cuneo su cui far leva per far ripartire l’appalto integrato, che per noi non rappresenta una semplificazione ma un ritorno a un passato estremamente negativo.

Il ritorno dell’incentivo del 2% alla progettazione in house è un altro segnale negativo?
Per noi sì. Non siamo affatto d’accordo. Siamo tornati a cinque anni fa. Pensavamo di aver capito che non era uno scenario positivo per gli appalti, eppure si sta tornando lì. Secondo noi, se si voleva incentivare l’attività dei comuni si doveva intervenire sulla programmazione e sulla pianificazione. Questo sì che sarebbe stato un elemento virtuoso. Invece il 2% alla progettazione in house è un fantasma del passato che ritorna.

Un ritorno di statalismo.
Un ritorno che non sta funzionando. E le vicende del Ponte di Genova lo dimostrano.

In che senso?
Nel senso che lo Stato vuole fare il progettista, allo stesso modo di come a Genova, dopo il crollo del Ponte Morandi, si è voluta subito alzare la bandiera dello Stato costruttore.

E allora?
Prima si voleva far fare tutto a Fincantieri. Poi si è capito che Fincantieri non poteva fare tutto e si è andati a scegliere un costruttore come Salini Impregilo.

Che intende dire?
Voglio dire che lo Stato che vuole fare il costruttore è una ipotesi impraticabile, che a Genova ha trovato una conferma: il pubblico deve comunque andare sul mercato a cercare le professionalità. Peraltro, tra le 30 cordate che si sono presentate ci sono molte società molto piccole e del tutto inadeguate a un lavoro così grosso. Mentre invece le grandi imprese internazionali, fatta eccezione per i cinesi, non si sono viste. Parlo per esempio della britannica Acs, le francesi Vinci o Bouygues, la tedesca Hochtief o la svedese Skanska.

Torniamo al 2% alla progettazione in house, misura che si aggiunge a quella della centrale di progettazione
Tutte e due le misure vanno nella direzione di riportare la progettazione nel perimetro pubblico, ma in realtà sono in contrasto tra loro, perché creano un conflitto di interesse tra il funzionario del comune interessato all’incentivo e il comune interessato ad affidare la progettazione alla centrale nazionale.

Concretamente cosa pensa succederà dal 1° gennaio 2019, data di attivazione della centrale di progettazione?
Non so quanto la centrale potrà essere pronta, anche perché ci sono assunzioni da fare. Temo che il primo effetto non sarà positivo. E questo perché, essendo la centrale un servizio gratuito per la Pa, metterà i comuni di fronte alla scelta di mandare in gara il progetto oppure di chiederlo alla centrale statale. Sulla decisione sicuramente peseranno timori di eventuali rilievi della Corte dei Conti. Ci sarà un ingolfamento, causato, per assurdo, anche dalle amministrazioni intenzionate a mettere i bandi sul mercato ma che per paura di vedersi contestato un danno erariale si rivolgeranno allo Stato.

Quindi ci sarà un blocco?
Temiamo molto che questa centrale di progettazione diventerà, alla fine, una centrale di subappalto di servizi e supporti: chi sta sul mercato si ritroverà a fare lo stesso lavoro, non più come progettista affidatario ma come supporto della Pa.

Cioè la centrale diventerà un grande centro di subappalti di Stato?
Secondo me sì. Alla fine diventerà una committenza delegata, perché non avrà la forza di realizzare da sola tutti i progetti.

Come fa a dirlo?
Lo dicono i numeri. Solo contando i progettisti delle società aderenti all’Oice parliamo di 17mila professionisti. Ipotizzando che circa la metà lavorano nel mercato pubblico, non si capisce come i 300 progettisti della centrale statale possano sostituirli. Non crediamo sia possibile. La centrale farà in casa qualche grande progetto ma per tutto il resto cercherà supporto all’esterno. Come Oice avevamo invece suggerito di creare una struttura dedicata alla programmazione, con il compito di affiancare e sostenere i comuni, colmando delle grandi lacune nel sistema degli appalti.

Altri suggerimenti?
Se vogliamo accorciare i tempi delle procedure suggeriamo una soluzione molto semplice: prevedere nei bandi un termine per la valutazione delle offerte da parte della stazione appaltante, allo stesso modo di come esiste un termine per presentare l’offerta. Questo termine oggi non c’è, e secondo noi rappresenta una stortura. Sarebbe invece una soluzione efficace ed estremamente semplice per ridurre i tempi delle procedure di gara: prevedere la nullità della gara se si supera un termine definito per l’aggiudicazione.

Il Dl Semplificazioni prevede, nelle gare sottosoglia, l’inversione procedimentale: la Pa, se vuole potrà esaminare prima l’offerta e poi verificare i requisiti. Questo non contribuisce ad accorciare i tempi?
Sì, questa novità andrebbe nella direzione di una accelerazione. Dobbiamo però pensare a cose semplici.

Cosa pensate del Ddl Delega di riforma del codice?
Siamo d’accordo sul ritorno a un regolamento attuativo. Mi pare che tutta la filiera sia d’accordo sul fatto che la soft law non ha portato i risultati sperati; e che forse non è proprio nel nostro dna. Probabilmente ha pesato anche il ritardo e la farraginosità nella definizione dei provvedimenti attuativi.


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