Progettazione e Architettura

Benedetta Tagliabue: «Le città devono avere il coraggio di coinvolgere veramente i promotori privati»

Mariagrazia Barletta

Intervista alla fondatrice dello studio EMBT, presente alla prossima Biennale di Venezia. I progetti italiani e quelli a Parigi e in Cina

(Nell'immagine Benedetta Tagliabue - Foto: Vicens Gimenez)
Un «oggetto prezioso», «originale e accattivante». Così, nel 2012, la giuria definì il progetto vincitore del concorso bandito dalla Conferenza episcopale italiana per costruire un nuovo centro parrocchiale a Ferrara. Era la sesta ed ultima edizione dei "Progetti pilota" della Cei. A febbraio, il cantiere della chiesa di San Giacomo apostolo ha preso il via nella periferia est della città. Con la chiesa le architetture dello studio Miralles Tagliabue Embt in fase di realizzazione in Italia passano a due. L'altra, la stazione della metropolitana dell'arte di Napoli, è in costruzione dal 2014 tra i grattacieli del centro direzionale disegnato dall'architetto giapponese Kenzo Tange.

Lo studio, fondato nel 1994 da Enric Miralles (1955-2000) e da Benedetta Tagliabue, con sede a Barcellona e dal 2010 anche a Shanghai, ha realizzato opere emblematiche, come la sede del Parlamento ad Edimburgo, il padiglione spagnolo all'Expo di Shanghai e un nuovo spazio pubblico ad HafenCity, ad Amburgo. In costruzione, a Barcellona, la prima struttura della rete dei Maggie's centres, nata al di fuori del territorio britannico, pensata per offrire sostegno ai malati oncologici e ai loro familiari, annessa all'ospedale, patrimonio Unesco, Santa Creu i Sant Pau. In cantiere anche un centro per una comunità buddista a Tenerife, sviluppato in autocostruzione, e poi importanti progetti in Cina, come il museo per il pittore Zhang Daqian a Neijiang e la School of Management della Fundan University a Shanghai.

«Dei progetti in Cina non parlo per scaramanzia, non si sa mai come li finiscono e se li finiscono male, dico che non sono miei», dice Benedetta Tagliabue con tono scherzoso. «In Cina non c'è possibilità di seguire i progetti dall'inizio alla fine. Non vogliono interferenze», spiega poi l'architetto senza giri di parole. La notorietà internazionale non ha allontanato l'architetto dall'Italia. «Mi sorprendono sempre la cultura e l'intelligenza delle persone: è un luogo speciale l'Italia», dice raccontando i progetti in corso nel nostro Paese. Biennale di Architettura compresa.

A febbraio si è tenuta la cerimonia di posa della prima pietra del complesso parrocchiale a Ferrara. A caratterizzarlo sarà una geometria molto complessa. Qual è la sua genesi?
All'inizio eravamo spaventati dall'idea di iniziare una chiesa. Una chiesa è sempre molto simbolica, deve avere una grande forza, e per noi era molto difficile scegliere un simbolo. Prima di decidere come dovesse essere abbiamo iniziato da un lavoro astratto. Abbiamo fatti molti collage, ritagliando quello che ci piaceva di Ferrara e del luogo dove sarebbe cresciuta la chiesa. Poi, invece di lasciarci ispirare dall'architettura in mattoni, anche un po' pesante, di Ferrara, ci siamo innamorati di una serie di mongolfiere che avevamo visto nel cielo. La chiesa doveva essere come le mongolfiere: leggera, speciale, con una forma più o meno rotonda, ma non decisamente rotonda. Così la chiesa è diventata un elemento quasi organico, come un fiore che ha una forma, ma non una forma rigida.

La collaborazione da subito con un artista e un liturgista che vantaggi ha comportato?
Il vantaggio è che ci siamo divertiti di più. È come mettere insieme dei mondi molto diversi che però affascinano in una maniera incredibile. Questo fascino, che almeno io sento provenire dai due colleghi, in maniera fortissima, influisce sul disegno e nel progetto, ma in una maniera che non puoi neanche spiegare. (I due colleghi sono l'artista Enzo Cucchi e il liturgista don Roberto Tagliaferri che ha dato il suo contributo al progetto, sostituendo don Vincenzo Gatti scomparso nel 2015 e al quale si affiancava un sacerdote amico di famiglia di Benedetta Tagliabue, nda.) È quello che accade quando ti senti ispirato o quando vedi qualcosa che ti interessa veramente o quando senti un discorso molto profondo. Sono cose che non applichi direttamente in quello che normalmente fai, però lasciano un segno, hanno un'influenza su di te.

La relazione di questa nuova chiesa con il tema della spiritualità qual è?
È una relazione che stiamo cercando di scoprire piano piano. Don Roberto Tagliaferri dice una cosa che è geniale: se un bambino entra dalla porta e continua a correre dentro alla chiesa, la chiesa non funziona. Se invece un bambino che corre, entra nella chiesa e si ferma, allora la chiesa funziona. Noi cerchiamo di fare in modo che questa cosa succeda, ci proviamo.

È cambiato il progetto rispetto alla proposta presentata al concorso?
Io non credo sia cambiato molto, è rimasto abbastanza simile. Lo abbiamo adattato a qualche richiesta pratica, però è rimasto molto simile. Non abbiamo fatto quello che a volte succede di iniziare con una cosa e finire con un'altra, no.

Andiamo a Napoli, alla stazione del metrò dell'arte. Nel momento in cui si è trovata a progettarla, con quale anima della città ha scelto di dialogare: con quella un po' fredda e rigida del centro direzionale o con quella più autentica del centro città?
Al contrario proprio con quella più autentica del centro città. La "mia" stazione cerca di far sì che l'autenticità di Napoli, del centro città, con quel caos bellissimo, con tutto quel calore e disordine meraviglioso, con topografie che cambiano, arrivasse dal sotto con la metropolitana e come una bolla vulcanica esplodesse nel centro direzionale, rendendolo un po' più napoletano. Abbiamo cercato di applicare questa idea quanto più possibile, ma è difficile. L'architetto giapponese che ha disegnato il centro direzionale (Kenzo Tange, nda) forse sarà rimasto spaventato dal disordine di Napoli, non lo so, ma ha creato qualcosa che è l'opposto della città, applicando un concetto che andava di moda in quell'epoca: la divisione in livelli. Si è deciso di fare uno spazio organizzatissimo, con un livello pedonale, un livello di strada, un livello di parcheggi, ed è diventato un mostro. Purtroppo non funziona. Abbiamo cercato di rompere questi livelli di cemento, ma non è facile, bisognerebbe togliere non so quanti parcheggi, e naturalmente non ce lo lasciano fare molto. Da un lato vorrebbero, però abbiamo potuto fare relativamente.

Mi sembra che il progetto della stazione crei comunque uno spazio pubblico nuovo e più a misura d'uomo. È così?
Sì, lo spazio pubblico fra l'altro vorrebbero che lo lavorassimo di più. Sembra che il comune voglia andare avanti con lo spazio pubblico, perché si rende veramente conto che lo spazio del centro direzionale così com'è adesso è troppo anonimo, non funziona. Quindi ha bisogno di avere un po'di riconoscibilità. Speriamo di riuscirci, noi faremo di tutto.

In molte stazioni dell'arte di Napoli il loro attraversamento diventa un'esperienza emozionante, ne è un esempio lampante la stazione Toledo dell'architetto catalano Tusquets Blanca.
Sì, è bellissima. Lì è merito dell'arte, ma anche dell'architetto, perché c'è molta arte, ma quando dici oh, è perché l'architetto ha fatto qualcosa di spettacolare.

Il passaggio nella stazione inteso come un'esperienza emozionante, è un concetto presente anche nel progetto della metro del centro direzionale?
Certo, noi cerchiamo assolutamente di fare questo, perché io credo che questo sia quello che richiede anche il cliente. Io credo che la genialità della nuova linea di Napoli consista proprio nel capire che passare per una stazione è un'esperienza. È un'esperienza incredibile di educazione perché chiunque debba prendere un treno viene investito da una quantità di bellezza, di spirito, che anche se non vuoi, è lì. Non sono riuscita a fotografarlo, ma sono rimasta proprio colpita nel vedere, nella piazza fatta da Tusquets, un cittadino che con uno straccetto puliva il rivestimento di ceramica, lo faceva non perché si volesse sedere, ma perché gli piaceva la piazza e voleva che fosse bellissima. Questa è una cosa meravigliosa. Chiunque viene trasportato ed entra nella qualità di un'opera architettonica e artistica. Questa mi sembra la cosa più straordinaria di tutta la linea della metropolitana di Napoli. Quindi noi cerchiamo di entrare in questa serie, speriamo di riuscirci.

Notavo anche una somiglianza tra la stazione di Napoli e il vostro progetto per il mercato di Santa Caterina a Barcellona.
È vero.

A cosa è dovuta?
Noi come architetti avevamo intenzione di fare una variante costruita con altri materiali ed era una variante più materica. Volevamo fare qualcosa che assomigliasse quasi al Vulcano, alla bolla vulcanica, però poi gli stessi clienti sono venuti a Barcellona, si sono innamorati del mercato e hanno apprezzato anche l'uso del legno. Così la stazione è diventata una variante di Santa Caterina, però sarà molto diversa. Una volta costruita si vedrà che è di quella famiglia, ma anche molto diversa.

Quali opere d'arte ci saranno nella stazione del centro direzionale?
Si sta decidendo in questi giorni. Ci sono stati molti cambi, c'è stata purtroppo la morte di Giannegidio Silva (presidente della società Metropolitana di Napoli, nda), che era un direttore meraviglioso. Ciò ha causato delle interruzioni e logicamente il tema dell'arte nella nostra stazione è rimasto in sospeso. Ma noi abbiamo dei nomi stupendi in mente.

Quindi avete potuto fare proposte?
Sì, dobbiamo ricevere la risposta.

Da Napoli a Rimini. Lo scorso novembre il suo studio - con Massarente Architettura, Abacus, Marcello Mamoli, Studio Made - ha vinto la gara per il masterplan del Parco del Mare. Di cosa vi occuperete o vi state occupando?
Ci stiamo già occupando del parco del Mare, il progetto ancora dobbiamo consegnarlo. Stiamo realizzando il masterplan, quindi le linee guida che dovranno essere seguite da ogni architetto che vincerà i segmenti di lungomare messi a concorso. Riguarda un'area molto ampia, sono 8 chilometri, per cui ci vorrà tempo per realizzarlo tutto. Ci sono molte idee. L'idea più importante è quella di creare un luogo fluido, un luogo dove non ci siano barriere o dove siano evitate al massimo. L'idea è di integrare il più possibile la passeggiata con la spiaggia attualmente occupata da stabilimenti balneari che cambiano ogni 40 metri. Bisognerebbe renderla un pochino più uniforme. L'obiettivo è far sì che la passeggiata diventi veramente importantissima come adesso è importantissima la spiaggia. Deve diventare uno spazio intermedio che adesso sorprendentemente non c'è. Comunque la cosa bellissima a Rimini è che adesso c'è un sindaco giovane, c'è una giunta comunale piena di voglia di fare. Mi sorprendono sempre la cultura e l'intelligenza delle persone: è un luogo speciale l'Italia.

Restando in Italia, passiamo, ovviamente, alla Biennale di Architettura.
Ah, la Biennale!

È un invito importante quello di Yvonne Farrel e Shelley McNamara, come lo ha accolto?
Io sono contentissima. Le Grafton Architects sono per me delle persone per cui ho una stima incredibile, credo che siano intelligentissime, sono piene di talento e mi invitano a casa, perché io ho studiato a Venezia, e per me la Biennale è un luogo quasi di casa. Quindi mi sembra molto bello: è come ritornare a casa, però ricevendo un invito internazionale.

Free space: cosa pensa di questo tema?
Ricorda molto, per lo meno a me, un'epoca molto radicale, suggerisce di liberare la mente da tutti i preconcetti per pensare a qualcosa di assolutamente nuovo. Allo stesso tempo, però, le curatrici chiedono quasi il contrario, ricordandoti che con freespace si vuole sottolineare la qualità dell'architettura, soprattutto dello spazio libero, dello lo spazio che non è di proprietà di nessuno, ossia lo spazio urbano. Quindi parliamo di spazio urbano e proponiamo sempre esperimenti che stiamo facendo proprio nel campo delle metropolitane, non parliamo specificatamente di quella di Napoli, facciamo più una presentazione di quello che succede intorno alla metropolitana di Parigi.

Si riferisce al vostro progetto per la stazione del Grand Paris Express, Clichy-Montfermeil?
Sì, esatto. È una metropolitana periferica in una zona molto, molto, molto difficile. Come cercare di avvicinarsi ad uno spazio difficile, è il nostro tema. Speriamo di raccontarlo bene.

Quindi questo racconto si lega anche al progetto con cui avete vinto il concorso «Inventons la métropole du Grand Paris»?
Sì, esatto, si lega anche a quello. Quel progetto è di fianco alla stazione e si occupa dello spazio urbano. La cosa bella è che c'è un promotore privato che accetta di costruire un mercato per tutti. Quindi molto bello: dentro ad una iniziativa privata ci sarà un mercato pubblico. È una cosa stupenda.

Quel modello di concorso adesso viene replicato anche da Milano, che tra l'altro propone lo scalo Greco-Breda, di cui lei ha avuto modo di occuparsi. Cosa pensa di questo modello di concorso sdoganato da Parigi?
Lo trovo assolutamente geniale, però le città devono essere coraggiose come è stata coraggiosa Parigi, cioè non possono proporre dei concorsi dove i vantaggi per i promotori sono minori rispetto a quelli che troverebbero andando nel mercato libero. Io credo che a Milano, per esempio, siano stati un po' col braccino corto, potevano anche incoraggiare un po' più la sperimentazione. Questo bisognerebbe farlo.


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