Lavori Pubblici

L'intervento. Criteri astrusi, rischi di opacità: il bilancio fallimentare dell'offerta più vantaggiosa

Edoardo Bianchi*

Amministrazioni in ordine sparso a un anno dal codice: vogliamo confrontarci sul mercato e non essere selezionati con criteri artificiosi e schizofrenici

Il mercato dei lavori pubblici, stazioni appaltanti in primis, è ancora in attesa che si faccia chiarezza se nella fascia sino ad 1 milione di euro in caso di utilizzo di procedure semplificate l'unico criterio di aggiudicazione sia l'offerta economicamente più vantaggiosa (Oepv).
Certo è che nella grande maggioranza dei bandi di gara sopra i 2 milioni di euro l'unico criterio di aggiudicazione utilizzabile è quello della Oepv con migliorie da apportare al progetto esecutivo posto a base di gara.

A più di un anno dalla entrata in vigore del Codice è possibile tracciare un primo bilancio dei risultati dell'utilizzo del criterio di aggiudicazione dell'offerta più vantaggiosa.

È un bilancio fallimentare !

Nella migliore delle ipotesi non vi è nessun legame tra i criteri di apprezzamento delle migliorie progettuali e l'oggetto dell'appalto; a maggiore ragione oggi che il peso degli aspetti qualitativi incide in ragione del 70% dei punteggi da assegnare. Abbiamo visto attribuire punteggi per gare di importo contenuto al "rating di legalità", non ricordando forse che chi non fattura annualmente almeno 2 milioni di euro non può chiederne il rilascio.

Ci sono state attribuzioni di punteggi afferenti il possesso della «231» o delle «certificazioni 14001/18001» o del «sistema di gestione della sicurezza» o della «asseverazione».
Queste certificazioni sebbene testimonino sulla professionalità delle azienda nulla hanno a che vedere con la specifica procedura di gara; possono essere elementi forse da valutare in fase di qualificazione della impresa.

È oramai prassi attribuire punteggi distinguendo tra lavori manutenzione e nuovi lavori, raddoppiando di fatto le categorie Soa. Ad esempio, l' impresa che ha posto in opera giunti, appoggi, ritegni sismici in viadotti di nuova costruzione non è abilitata, perché non è in grado, a fare altrettanto su opere già esistenti sulle quali è necessario intervenire in via manutentiva. Vi è di più.

Limitando e condizionando la possibilità di partecipare, con probabilità di successo, a gare di appalto dove è richiesta la preventiva disponibilità di cave e/o discariche e/o impianti di conglomerato bituminoso o cementizio non ci si rende conto dell'enorme potere di interdizione che si conferisce ai titolari di detti impianti a scapito delle imprese partecipanti.
Si pone in essere un grande condizionamento della libera concorrenza.
Ci sono stazioni appaltanti che sebbene non abbiano progettato seguendo i criteri minimi ambientali («Cam») attribuiscono punteggi a chi esegue lavori e consegna elaborati finali dell'eseguito in ottemperanza ai Cam.

Diverse stazioni appaltanti attribuiscono punteggi in fase di gara privilegiando nuovi (sconosciuti) criteri selettivi quali quello del «lavoro identico» e del «lavoro similare».
Ancora più grave; si premia chi ha maggiori risorse di personale e mezzi d'opera. Ciò per giunta non ai fini dell'esecuzione della prestazione ma in riferimento agli anni antecedenti il bando di gara. Si tratta di richiesta palesemente illogica e che favorisce immotivatamente le realtà di maggiori dimensioni a discapito delle piccole e medie imprese.

Basta.

Le imprese sono allo stremo; vogliamo confrontarci sul mercato e non essere selezionati con criteri artificiosi e schizofrenici.

Nella peggiore delle ipotesi temiamo che, a breve, nuovi fenomeni di opacità coinvolgeranno il mercato dei lavori pubblici, premiando non chi investe nella professionalità e nella strutturalità della propria azienda ma chi preferisce percorrere scorciatoie.

Riflettiamo, la accresciuta discrezionalità concessa alle stazioni appaltanti doveva essere mitigata da due fattori. La razionalizzazione, mediante la qualificazione e l'accorpamento delle stesse, degli oltre 40.000 centri di spesa esistenti e la nascita dell'Albo dei Commissari di gara istituito presso l'Anac.

Per vari motivi nessuno dei due provvedimenti ha visto la luce mentre la (super)discrezionalità concessa alle stazioni appaltanti è divenuta subito operativa.
Più in generale registriamo uno stato di insofferenza, rispetto alle previsioni del Codice, di diversi stake holders del settore dei lavori pubblici; perché non appena è possibile si forza la mano per eludere le previsioni del Codice ?

Questo è avvenuto in occasione del G7 di Taormina, della ricostruzione post terremoto o, si voleva che avvenisse, per i Mondiali di Cortina 2021. Non solo.

Nelle procedure negoziate (ante correttivo) imperversava il criterio di selezione per essere invitati del "sorteggio" che è quanto di più lontano dall'apprezzamento della capacità ed affidabilità della impresa. Non basta.

Con la politica degli «accordi quadro» si è privilegiato, per di più su un prolungato arco temporale, l'accorpamento degli importi contrattuali a base d'asta escludendo di fatto dal mercato le micro, piccole e medie imprese non solo per quel singolo appalto ma per la vita futura del mercato dei lavori pubblici.

Forse le recenti rilevazioni su qualche grande "centrale di committenza" non insegnano nulla. Di questo passo le poche risorse disponibili, o che comunque possono diventare cantieri, verranno sempre più attratte da una logica e regole da settori esclusi/speciali lasciando ai settori ordinari solo le briciole.

Se vi è la volontà di liquidare un settore lasciandolo in mano a poche grandi realtà finanziarie lo si dica e ci organizzeremo di conseguenza ma non parteciperemo attivamente al nostro omicidio.

*Vicepresidente Ance con delega alle opere pubbliche


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