Lavori Pubblici

Codice appalti, subito le correzioni e priorità all'attuazione

Mauro Salerno

Quasi 20 miliardi di domanda pubblica sulle infrastrutture che diventano oltre 100, ogni anno, se si allarga lo sguardo a forniture e servizi. Bastano questi due dati per comprendere quale potenziale di investimento si porti dietro il motore degli appalti pubblici. Soprattutto per l’edilizia, fiaccata da anni di profonda crisi. Bisogna fare di tutto per dare benzina a questa macchina, evitando (anche inconsapevolmente) di incepparla.

A oltre otto mesi dall’entrata in vigore del nuovo codice è allora inevitabile un primo bilancio, provando a capire cosa ha o non ha funzionato, all’interno di una riforma che propone la trasformazione radicale di un settore, con obiettivi di legalità e produttività. Attribuire però al nuovo codice la frenata di un mercato che soffre da anni e che paga anche le difficoltà (e le resistenze) degli obblighi di centralizzazione degli appalti - entrambi fattori estranei alla riforma in vigore da aprile - sarebbe fuorviante. È indubbio che l’entrata in vigore delle nuove regole senza un adeguato periodo transitorio ha pesato nei primi mesi. Ma ora quell’impasse è superata.

Capire se qualcos’altro è andato storto - dribblando le battaglie ideologiche - tocca in queste settimane al governo. Da inizio dicembre c’è una Cabina di regia a Palazzo Chigi che ha il compito di mettere nero su bianco in un decreto «correttivo» le modifiche al codice dettate dalle reali difficoltà di applicazione riscontrate in questi primi mesi di attuazione. Su alcuni aspetti - estensione del periodo di riferimento per la qualificazione delle imprese, semplificazione delle gare fino a 2,5 milioni con il metodo antiturbativa - c’è già una larga condivisione. Su altri punti (vedi alle voci subapppalto e concessionari) c’è ancora da discutere. Per mettere a punto il decreto c’è tempo fino al 19 aprile (poi scade la delega). Qualcuno ha già avanzato l’idea di uno slittamento. Magari da inserire nel decreto Milleproproghe pronto allo sbarco in Parlamento. Non sarebbe un segnale di grande efficienza. Ma se serve a dare il massimo ascolto al mercato, evitando soluzioni frettolose imposte dal complicato iter del decreto (doppio passaggio in Consiglio dei ministri, con in mezzo parerei di Parlamento, Consiglio di Stato e Conferenza unificata) allora uno slittamento di qualche settimana può anche diventare utile.

Poi però la priorità deve diventare l’attuazione delle riforma, che rischia di essere corretta prima ancora di essere del tutto calata sul mercato. Alla fine, la «rivoluzione» del nuovo codice si fonda su 5-6 pilastri . Uno sono i nuovi poteri e il ruolo di Autorità di «regolazione» affidato all’Anac di Raffaele Cantone. È l’aspetto che per il momento ha marciato di più (con sei linee guida pubblicate in gazzetta e altrettante in corso di elaborazione) ma anche uno dei più "fragili". Soprattutto se non si risolve il conflitto sotterraneo con quella parte della giustizia amministrativa che fatica a riconoscere valore "normativo" alla «soft law» di Cantone, con esiti già visibili dalle prime sentenze emesse dai Tar in base alle nuove regole.

Gli altri passaggi fondamentali riguardano la riduzione del numero e (soprattutto) la qualificazione delle migliaia di stazioni appaltanti , l’albo dei commissari di gara da sottrarre al controllo (scivoloso) delle Pa e il rating di impresa. Insieme al rafforzamento della progettazione e all’addio al massimo ribasso sono i punti più qualificanti, ma anche più in ritardo, della riforma. Quelli su cui - una volta attuati - andrà misurata fino in fondo la sua carica innovatrice.


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