Lavori Pubblici

Appalti/2. Allarme dal Comune di Roma: tempi di gara raddoppiati con le verifiche del nuovo codice

Mauro Salerno

La direttrice del ripartimento razionalizzazione della spesa: serve chiarimento sulla natura dei controlli dei requisiti. Con i commissari di gara esterni si rischia commissariamento delle stazioni appaltanti

A quasi sei mesi dall'entrata in vigore non si placano le polemiche sulle difficoltà di attuazione delle nuove regole sugli appalti. Dopo la denuncia arrivata dal Comune di Milano a pochi giorni dalla pubblicazione in Gazzetta del Dlgs 50/2016, l'allarme di un rischio paralisi arriva ora dal Comune di Roma. Segno che le difficoltà incontrate dalle stazioni appaltanti (o come suggerisce non del tutto malevolmente qualcuno le resistenze da parte di una consistente fetta delle amministrazioni) non sono ancora completamente superate.

Nel mirino finiscono questa volta le nuove procedure di verifica dei requisiti delle imprese in gara. «C'è bisogno di un chiarimento preciso su cosa intende il codice quando parla di valutazione dei requisiti», ha attaccato Rita Caldarozzi, direttrice del Dipartimento per la razionalizzazione della spesa partecipando al convegno sull'attuazione del codice organizzato da Italiadecide ieri a Roma. Il problema riguarda la verifica dei requisiti delle imprese. Non sarebbe infatti chiaro se la verifica in gara riguarda solo le autodichiarazioni o se è necessario far partire la macchina della comprova dei requisiti tramite la richiesta della documentazione in possesso delle altre amministrazioni. «Siamo terrorizzati dall'idea che si tratti di questa seconda ipotesi, non avendo più la possibilità delle verifiche a campione - ha attaccato Caldarozzi -. Anche perché ci scontriamo con le lentezze bibliche del sistema Avcpass. Se è così significa che se mediamente impieghiamo 6-8 mesi per aggiudicare una gara rischiamo uno stallo delle procedure perché, a essere ottimisti, serviranno almeno altri sei mesi per portare a termine le verifiche».

Caldarozzi non ha poi risparmiato gli attacchi all'Anac che negli ultimi mesi ha più volte messo nel mirino la gestione degli appalti del Comune di Roma, protagonista del caso Mafia Capitale, per la gestione opaca degli appalti. Appalti, va ricordato, molto spesso affidati con procedure negoziate senza bando o tramite proroghe di contratti scaduti. «Se pensiamo che abbiamo gare con 300 partecipanti, di cui alcune coop con soci lavoratori - ha attaccato Caldarozzi - richiamo di avere gare con gestazione di 2-3 anni. E poi l'Anac si lamenta che andiamo in proroga con gli affidamenti».

Dalla dirigente di Roma Capitale sono arrivate critiche pesanti anche sulla scelta di affidare a commissioni esterne la valutazione delle offerte negli appalti soprasoglia.Una innovazione del codice che invece le imprese vorrebbero estendere anche ai piccoli appalti a massima garanzia della correttezza degli affidamenti. «In pratica si rischia un commissariamento delle stazioni appaltanti da parte dei commissari nominati dall'Anac», ha attaccato Caldarozzi. «Bisogna quantomeno imporre che abbiano un'assicurazione - ha aggiunto - anche perché è la stazione appaltante a rispondere di una eventuale valutazione negativa delle offerte da parte della commissione».

Critiche cui ha risposto il consigliere Anac Francesco Merloni. «Ricordo a tutti - ha detto - che i commissari di gara non sono soggetti Anac, ma esperti nominati all'interno di un albo che Anac gestisce».

L'ultima pesante obiezione arrivata dalla dirigente romana è legata al regime delle opere a scomputo cui il codice «dedica solo due articoli, mentre Roma ha affidato opere a scomputo per 900 milioni negli ultimi cinque anni. È da qui che passa il grosso delle nostre opere pubbliche».


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