Lavori Pubblici

Project financing/2. Guida alle novità del nuovo Codice. Più vincoli per gli operatori

a cura di Alessandro Arona

Tetto ai contributi pubblici, closing entro 12 mesi, limiti alla permuta, vincoli al riequilibrio - I testi e le chiavi di lettura

Fare opere pubbliche in project financing sarà più difficile di prima dopo l'entrata in vigore del nuovo Codice appalti. Non solo debutta l'obbligo di trasferimento al privato del rischio operativo (concetto introdotto dalla direttiva 2014/23/Ue), ma anche una serie di vincoli introdotti dal governo con l'obiettivo di evitare alcuni difetti del Pf degli ultimi dieci anni, come i closing che non arrivano mai, i piani economico-finanziari (Pef) che continuano a cambiare e a "riequilibrarsi", i contributi pubblici che salgono oltre il 50%, i canoni fissi e le garanzie dai rischi.
Ecco allora le nuove (severe) regole: tetto massimo al 30% per i contributi pubblici (era al 50% nella Merloni, eliminato nel 2002 e nel Codice 2006), limiti alla permuta (con retromarcia rispetto alle norme Monti), obbligo di fare il closing con le banche entro 12 mesi dal contratto (fino a ieri entro 24 mesi dall'ok al definitivo, molto meno rigido), revisione dell'equilibrio del Pef che non è mai un "diritto" del concessionario, come invece era fino a ieri in caso di variazioni appportate dalla Pa o da leggi, che lo portassero in disequilibrio.

Si tratta di una "severità" in parte dettata in questi anni dalle regole Eurostat sulla contabilizzazione in bilancio dei project financing, e recepite nella direttiva 2004, e in parte dettata dall'esperienza italiana, con operazioni considerate "modello" negli anni scorsi e rivelatesi poco oculate o mal studiate (ospedale di Mestre, Brebemi, le due Pedemontane, per non parlare della Orte-Mestre).

Tuttavia i nuovi vincoli, gettati "a freddo" su un mercato già in difficoltà e su amministrazioni non pronte a gestire il nuovo ruolo di "severi selettori" di proposte di Pf, potrebbe produrre la paralisi.
Anche perché, nonostante l'ipotesi comparisse nelle prime bozze del nuovo Codice, non è poi stata prevista nessuna struttura nazionale di supporto o di centralizzazione delle operazioni di Ppp, come ad esempio esiste nel Regno unito.

Applicare il concetto di "rischio operativo" è complesso, non è solo una prescrizione giuridica, ma implica valutazioni economico-finanziarie sulla gestione dell'opera, valutazioni che nel dubbio potrebbero frenare i responsabili degli uffici gare.

Anche la norma sul closing è molto severa, vista anche l'esperienza di questi anni (opere in fase avanzata di costruzione che non hanno ancora il closing), anche perché il mancato finanziamento entro 12 mesi comporta la risoluzione di diritto del contratto di concessione.
È vero che l'obiettivo è verificare prima la finanziabilità dell'opera, evitare casi come le due Pedemontane, che a molti anni dalle concessioni non hanno ancora il closing e rischiano perciò di non essere completate. Ma in un mercato già fiacco come quello di oggi e con banche già alle prese con elevate sofferenze, c'è il rischio che una norma così rigida finisca per bloccare il project financing.

Si è molto detto, giustamente, in questi anni che per fare buoni project ed evitare piani finanziari "farlocchi" serviva una Pa più competente, più "guide operative" nazionali, più assistenza dallo Stato. Eppure su tutto questo nel Nuovo Codice non c'è nulla.

In teoria giusto il tetto ai contributi pubblici (al massimo il30% del costo dell'investimento), ma è più rigido del 50% fissato da Eurostat per classificare le concessioni on balance.

C'è poi il rebus dello sdoppiamento tra concessioni e Ppp, non presente nella concessione. Fonti di Palazzo Chigi la spiegano come "rischio mercato per le prime, prevalenza del canone nelle seconde", ma poi nelle norme questa distinzione non è netta, e nella Parte IV sul Ppp si parla spesso di concessione, lasciando spazio a giuristi che in punta di diritto sottolineano le incongruenze tra le due Parti del Codice.

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Nel dossier una guida alle nuove, la chiave di lettura fornita da membri della Commissione Manzione, le interpretazioni (anche discordanti) dei nostri giuristi.


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