Lavori Pubblici

Nuovo codice/2. Costruttori «in fibrillazione»: no all'eliminazione del massimo ribasso

Mauro Salerno

De Albertis (Ance): imporre l'offerta più vantaggiosa per i piccoli appalti significa allungare i tempi di aggiudicazione di 8-12 mesi. Pesanti critiche anche sulle gare per le urbanizzazioni e sui lavori specialistici

Dire addio al massimo ribasso. Relegando la possibilità di assegnare le commesse tenendo conto solo del prezzo ai microappalti sotto i 150mila euro. Tra le decine di correzioni richieste dal Parlamento al codice degli appalti, in un parere gemello approvato ieri dalle commissioni di Camera e Senato, è questa la scelta che farà più discutere, saldando le posizioni contrarie messe nero su bianco nei pareri di Regioni e Comuni, con quelle dei costruttori che già ieri hanno già fatto sapere di «essere molto preoccupati» per gli effetti negativi sui tempi di assegnazione degli appalti e dunque sul passaggio dai progetti al cantiere . Costruttori e enti locali avevano chiesto di innalzare la soglia per l'utilizzo del massimo ribasso da un milione a 2,5 milioni, ripristinando anche la possibilità di escludere automaticamente le offerte anomale con l'utilizzo di un metodo anti-turbativa (sorteggio) tra i sistemi già previsti nel codice. Al contrario è arrivata la sforbiciata: con la richiesta di obbligare le Pa a usare l'offerta più vantaggiosa per tutte le procedure di importo superiore a 150mila euro.

«Mi immagino un piccolo comune costretto ad assegnare appalti di importo risibile con l'offerta più vantaggiosa (prezzo più aspetti tecnici del progetto, ndr) - dice il presidente dell'Ance Claudio De Albertis -.Significa ritardare l'aggiudicazione di 8-12 mesi in un momento in cui abbiamo invece bisogno di accelerare la spesa».

Obiezioni dai costruttori arrivano anche sull'obbligo di assegnare con gare formali anche le opere di urbanizzazione secondaria (scuole e altri edifici pubblici). «Questo vuol dire che avremo le case, ma non i servizi di quartiere», sintetizza De Albertis che trattiene a stento l'irritazione e parla di un settore «in fibrillazione», anche per l'apertura di una falla nel delicato compromesso (80% in gara, 20% in house) sugli appalti dei concessionari . In questo caso il riferimento è alla richiesta inserita da ultimo nel parere di escludere dal calcolo dell'80-20 gli appalti gestiti in amministrazione diretta dalle concessionarie, in ossequio all'accordo raggiunto la settimana scorsa tra Porta Pia e sindacati.

Dure critiche arrivano anche sulla scelta di ripristinare il tetto del 30% ai subappalti. In linea di principio una richiesta che era arrivata anche dagli stessi costruttori. «Il problema - segnala però il presidente dell'Ance - è che ora quel tetto riguarda la categoria prevalente dei lavori, mentre ora si chiede di allargarla a tutto il perimetro dell'appalto».

Pesantissimo poi l'affondo sulla scelta di ridurre dal 15% al 10% la soglia di importo di lavori specialistici sufficienti a far scattare il divieto di subappalto e l'obbligo di formare un'Ati verticale con l'impresa titolare della qualificazione specifica. «Le imprese generali sono migliaia, mentre le aziende specialistiche sono qualche centinaia - attacca De Albertis -. Difficilmente lancio grida di allarme: ma di fronte alla concessione di un vantaggio competitivo così smaccato è difficile soffocare il sospetto di uno strano favoritismo».


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