Lavori Pubblici

Appalti, Cantone seppellisce Alemanno e Marino: criticità, omissioni e irregolarità sulle gare a Roma

Giuseppe Latour

Dall'indagine Anac su 1.850 procedure negoziate emersi «elevati profili di criticità» e comportamenti «in contrasto con le normative»

Abuso degli affidamenti senza gara, mancata verifica dei requisiti delle imprese, deleghe in bianco ai responsabili del procedimento, società amiche alle quali sono stati aggiudicati moltissimi contratti senza rispettare i principi di rotazione e concorrenza. In un'espressione: significative anomalie ed irregolarità.
È con queste parole durissime che il presidente dell'Anac, Raffaele Cantone definisce il sistema degli appalti del Comune di Roma nella delibera n. 207 del 2 marzo scorso, appena pubblicata. Un atto d'accusa durissimo, che prende in considerazione il periodo che va dal 2012 al 2014, a cavallo tra la guida di Gianni Alemanno e quella di Ignazio Marino, entrato in carica a giugno del 2013.
Partiamo dalle conclusioni. Dall'analisi dell'Autorità, secondo quanto spiega il presidente Anac Raffaele Cantone, «è emerso un quadro estremamente critico nella gestione amministrativa delle procedure di affidamento espletate da Roma Capitale nel periodo di riferimento». L'Authority ha riscontrato «significative carenze nelle modalità di gestione delle attività contrattuali, in parte imputabili alla struttura organizzativa di Roma Capitale ed in parte dipendenti da superficialità ed omissioni in violazione delle disposizioni vigenti in materia». In sintesi, il Campidoglio si è macchiato di «una gestione non conforme ai principi di buon andamento ed imparzialità dell'amministrazione sanciti dall'articolo 97 della Costituzione», con ricadute negative in termini di incremento di costi, soprattutto per aver sottratto alle regole di competitività del mercato una cospicua quota di appalti, affidati per la maggior parte senza gara.

Questa conclusione così dura arriva alla fine di un'ispezione avviata a gennaio del 2015, che ha messo nel mirino il periodo contrattuale che va dal 2012 al 2014. In questo triennio c'è stato un ricorso generalizzato a procedure prive di evidenza pubblica, aggirando le regole di settore. Inoltre, in molti casi non sono state verificati i requisiti dei contraenti. L'indagine si è focalizzata su 1.850 procedure negoziate, pari al 10% del totale, riscontrando «elevati profili di criticità» e comportamenti «in contrasto con le normative». Sotto la lente sono finiti quegli uffici che hanno l'incidenza di trattative private maggiore: il Dipartimento politiche sociali (20,28%), quello per la Tutela ambientale (7,09%), il primo Municipio (4,11%), Il Dipartimento innovazione tecnologica (2,5%).

Scavando in questo mare di procedure è emerso di tutto: comportamenti illegittimi, nessun controllo da parte dei vertici delle strutture, con deleghe in bianco ai singoli responsabili del procedimento, sistemi informativi diversi tra loro e, quindi, impossibili da monitorare a livello centrale. Ancora, «si è potuta rilevare la presenza di operatori economici, in particolar modo cooperative operanti nel settore del sociale, che potevano vantare nell'ultimo triennio un esorbitante numero di affidamenti di cospicui valore economico avvenuti in gran parte in forma diretta». Andando contro ogni principio di concorrenza e trasparenza. Ognuno di questi uffici ha presentato delle controdeduzioni che, in molti casi, non hanno risposto però in dettaglio a tutte le osservazioni dell'Anac.


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