Lavori Pubblici

Nuovo codice/2. Le sanzioni dell'Anac tornano nel Bilancio dello Stato

Giorgio Santilli

Il passaggio delle risorse all’erario mette a rischio il loro utilizzo fin da subito per garantire una crescita qualitativa del sistema appalti

Arriva dalla bollinatura l'ultima sorpresa nel decreto legislativo di riforma degli appalti, mandato in Parlamento dal governo nel corso del week end scorso. La Ragioneria generale ha preteso che le somme derivanti dalle sanzioni imposte dall'Autorità nazionale anticorruzione a imprese e stazioni appaltanti, che finora restavano nelle disponibilità della stessa Anac, con la nuova disciplina debbano confluire indistintamente all'erario prima di transitare, in un secondo momento, al bilancio del ministero delle Infrastrutture e, in particolare, al fondo per la premialità delle stazioni appaltanti.

Già la prima versione del testo, inserita a sorpresa in Consiglio dei ministri, non aveva fatto particolarmente piacere all'Anac, dove si stabiliva che le somme sarebbero transitate al Mit. Si era ipotizzato anche un compromesso, metà all'Anac e metà al Mit, cui si sarebbe potuto lavorare in Parlamento. Il passaggio ulteriore delle sanzioni Anac nell'indistinto "mare" del bilancio statale (sotto il controllo diretto della Ragioneria) non ha rafforzato la certezza che queste risorse saranno utilizzate da subito per garantire una crescita qualitativa del futuro sistema degli appalti. Si aggiunga che il fondo potrebbe vedere la luce non immediatamente considerando che la partita della qualificazione delle stazioni appaltanti è fra le più innovative ma anche difficili dell'intera riforma e questo comporterebbe la perdita secca di risorse per il "sistema" nel periodo transitorio. Tanto più, comunque, la norma è destinata a creare tensioni in quanto arriva nel momento in cui l'Anac ha chiesto a Palazzo Chigi un potenziamento di risorse per affrontare l'ampliamento di poteri, funzioni e responsabilità che proprio la riforma degli appalti attribuisce all'Autorità guidata da Raffaele Cantone, facendone il perno del sistema riformato.

È vero che lo stesso Cantone nei giorni scorsi ha gettato acqua sul fuoco, dicendo pubblicamente che una soluzione è stata trovata, sia pure ancora riservata, ma certo il tema resta delicatissimo per la stessa riuscita della riforma governativa. L'Anac acquisisce poteri di regolazione del sistema (che dovrà esercitare da subito con l'elaborazione delel linee guida generali) e potenzia quelli di vigilanza e di sanzione. Si aggiunga che la norma che consente alle stazioni appaltanti, nella fascia di lavori da 150mila a un milione di euro, di scegliere l'appaltatore con una procedura negoziata a inviti (di 5 imprese) e non con una formale gara, rischia di aprire un altro buco nei conti Anac visto che si ridurrà consistentemente il numero di partecipanti alle procedure selettive e quindi anche l'importo complessivo della "tassa sulla gara" che le imprese sono chiamate a versare per partecipare. La soluzione trovata da Palazzo Chigi dovrebbe comunque mettere a disposizione le somme, oscillanti fra 50 e 80 milioni, che l'Anac ha già disponibili ma non può usare anche perché negli ultimi anni ha risparmiato rispetto alle previsioni. Non è ancora chiaro, però, se su questa soluzione vi sia il bollino della Ragioneria. Nessun problema, invece, al momento sembra esserci per la norma della riforma che potrebbe far confluire nell'Anac tutte le banche dati oggi esistenti sugli appalti, comprese quelle del Mef, della Ragioneria e di Palazzo Chigi.


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