Lavori Pubblici

Antimafia, avvio al ralenti per la banca dati del Viminale: lontani i nullaosta con un «clic»

Giuseppe Latour e Mauro Salerno

Finora abilitate 4.500 stazioni appaltanti e alcune prefetture chiudono ancora un occhio sulle richieste cartacee per non bloccare le gare

Partita è partita. Ma perché diventi veramente operativa, riducendo i tempi morti sopportati da amministrazioni e imprese alle prese con la firma di un contratto pubblico, ci vorrà ancora del tempo. Stiamo parlando della Banca dati nazionale unica antimafia. Il "cervellone" che dovrebbe raccogliere in modalità elettronica i dati sulle imprese italiane, segnando un netto discrimine tra quelle da considerare "pulite" e quelle invece "a rischio infiltrazione" da parte della malavita organizzata e per questo impossibilitate a ottenere commesse (e subaffidamenti) sul mercato degli appalti pubblici.

La svolta è avvenuta un po' a sorpresa, dopo che era parsa quasi certa la proroga. Con un comunicato pubblicato il 7 gennaio - alla scadenza del periodo transitorio di 12 mesi previsto dal regolamento sul funzionamento della banca dati (Dpcm 30 ottobre 2014, n. 193), pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 7 gennaio 2014 - il ministero dell'Interno ha annunciato una novità attesa da anni: l'entrata in vigore ufficiale della banca dati antimafia.
E non si tratta di un passaggio esclusivamente formale, perché l'attivazione della piattaforma apre un periodo nel quale ci saranno molti dettagli da mettere a punto. Solo per citarne due: le stazioni appaltanti dovranno accreditarsi per ottenere le credenziali e le prefetture dovranno iniziare ad alimentare l'archivio telematico. Ma non solo.

Da quell'annuncio, in base a quanto previsto dal regolamento, derivano anche due conseguenze di legge molto rilevanti. La prima è che dal 7 gennaio 2016 le prefetture non possono più accettare richieste di documentazione antimafia avanzate con il metodo tradizionale, dunque su carta e non per via telematica. Questo a norma di legge, ma nella prassi qualche "strappo alla regola" si verifica ancora. Perché, come confermano diverse prefetture,«ancora per qualche mese terremo in piedi anche la procedura cartacea per chi ce lo chiede. In maniera informale chiuderemo un occhio per consentire lo svolgimento delle gare».

White list
La seconda conseguenza è che, con l'entrata in vigore della banca dati unica, si avvia a conclusione la stagione (non fortunatissima) delle «white list». O quanto meno la fase transitoria che permetteva alle imprese dell'indotto edilizio (in nove settori considerati ad alto rischio infiltrazione: dai noleggi al ciclo del cemento) di partecipare alle gare dimostrando semplicemente di aver fatto domanda di iscrizione alle white list, anche senza esserne ancora ammesse dalle prefetture. Adesso, ci vorrà l'iscrizione vera e propria. E questo significa che centinaia di imprese, in tutta Italia, si troveranno improvvisamente in fuorigioco. Ci sono, infatti, casi virtuosi, nei quali i soggetti lasciati nel limbo della richiesta di iscrizione sono una minoranza: succede a Genova, dove risultano 62 richieste per 920 imprese inserite nella white list, o a Firenze, dove per 140 imprese iscritte ci sono 42 richiedenti in attesa. E pure a Venezia dove risultano 232 richieste di ircrizione da confrontare con le 600 aziende già verificate e inserite nell'albo. Ci sono però anche casi nei quali, invece, questo rapporto è sbilanciato. A Reggio Calabria le richieste di iscrizione sono 405 contro le 170 imprese iscritte all'elenco. A Roma le richieste di iscrizione sono 750, per 372 iscrizioni vere e proprie, mentre a Napoli risultano 172 imprese iscritte a fronte di 373 richieste ancora da evadere.

In forza delle nuove regole questi soggetti non potranno più accedere alle gare, almeno non prima di avere ottenuto la registrazione definitiva, collegata alla verifica del loro pedigree. Un problema grande che, comunque, prelude al definitivo pensionamento delle white list. L'esperienza degli elenchi, infatti, dopo l'attivazione della banca dati pare destinata a concludersi nel giro di poco, come confermano anche voci del ministero dell'Interno. Una volta che l'archivio telematico funzionerà a pieno ritmo, non avrà più senso avere elenchi speciali dedicati ad alcune categorie di imprese.

Il funzionamento dell'archivio
Tornando alla banca dati, bisogna separare la forma dalla sostanza. Se la piattaforma è stata formalmente costituita, infatti, andando più in profondità si può verificare il punto vero della questione: al momento la banca dati appare piuttosto "sguarnita", lontana dalla possibilità di gestire la quantità di dati necessaria a far girare a pieni ritmi il nuovo sistema. L'archivio, infatti, parte da zero e viene alimentato con il passare dei mesi dalle prefetture: quando si riceve una richiesta relativa a un'impresa, i suoi dati vengono caricati nel sistema e, dalla volta successiva, saranno disponibili in tempo reale. Per il primo caricamento, invece, servono diverse settimane: «Anche con il sistema informatizzato per la prima emissione di un documento antimafia occorrono sei mesi dalla richiesta», spiegano dalla prefettura di Roma. Allora, per misurare il valore dello strumento, bisogna guardare al suo effettivo utilizzo.

Secondo i dati in possesso del ministero dell'Interno, nella prima settimana di operatività (dal 7 al 13 gennaio) le stazioni appaltanti registrate al sistema hanno chiesto accertamenti su 2.460 imprese. Se si allarga lo sguardo al periodo di sperimentazione, si scopre che dal primo febbraio 2014 al 13 gennaio 2016 sono state censite 64.243 imprese. È su questo numero - da confrontare con gli oltre 5 milioni di imprese attive in Italia, di cui quasi 800mila nelle costruzioni - che si misura la capacità della banca dati di rispondere alle sollecitazioni delle amministrazioni. La banca dati, infatti, funzionerà solo in positivo. Se un'impresa è pulita, tutto fila liscio. E il «cervellone» è capace di rilasciare sia la comunicazione antimafia (necessaria per gli appalti tra 150mila e 5,2 milioni di euro) che l'informativa antimafia, richiesta per gli appalti oltre la soglia Ue e per i subappalti oltre 150mila euro.
Diverso il discorso in caso di precedenti o segnalazioni: la procedura telematica si fermerà, senza la possibilità di rilasciare alcun documento. Dunque, per acquisire il via libera o l'interdittiva antimafia la stazione appaltante dovrà procedere per le vie consuete, inoltrando una normale richiesta alla prefettura.

Incognita stazioni appaltanti
È chiaro quindi che quanto minore è il numero delle imprese censite, tanto maggiore sarà il ricorso alla vecchia carta. Con tanti saluti alla possibilità di ottenere il nullaosta con un clic. Allo stesso modo è evidente che il sistema si auto-alimenta. Il numero di imprese censite è destinato a crescere per forza, in base alle richieste immesse dalle amministrazioni. Il punto interrogativo è quanto durerà questa fase di rodaggio. Ascoltando le prefetture, qualche dubbio viene fuori: «Al momento il problema principale – spiegano ancora da Roma – è quello di avviare l'accreditamento delle stazioni appaltanti. Ci sono molte amministrazioni, anche di peso, che non hanno ancora la password per accedere al sistema».
Così, l'altro punto di debolezza emerge dal numero delle stazioni appaltanti (e degli altri soggetti, incluse le forze di polizia, concessionari e ordini professionali) già abilitate a consultare la banca dati. L'abilitazione prevede un iter piuttosto complesso che finora hanno portato a termine 4.500 stazioni appaltanti (con 9.700 operatori abilitati alla consultazione). Un numero esiguo, se confrontato con le stime che parlano di almeno 35mila stazioni appaltanti in Italia. «Ci stiamo preparando a fare un grosso sforzo sull'accreditamento. E' un'operazione non banale che ci richiederà un grande sforzo di promozione nel corso del 2016», dicono dalla prefettura di Bologna. Finché le stazioni appaltanti non saranno tutte iscritte ad effettuare le loro richieste alla banca dati, sarà tutto inutile: il sistema non sarà in grado di funzionare a pieno ritmo.


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