Lavori Pubblici

Fondi interprofessionali per la formazione, Cantone: sono di diritto pubblico e devono rispettare il codice appalti

Giuseppe Latour

Lo dice il presidente dell’Anac in una lettera inviata dal presidente al ministro del Lavoro

I fondi interprofessionali sono organismi di diritto pubblico e, di conseguenza, sono sottoposti all'applicazione e al rispetto del Codice dei contratti e alla vigilanza dell'Anac. È questo il senso della lettera appena inviata dal presidente dell'Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone al ministro del Lavoro, Giuliano Poletti per sciogliere in maniera definitiva gli interrogativi sul loro inquadramento e sulle relative regole. Questi fondi, infatti, sono finanziati con denaro che può essere considerato pubblico (il contributo integrativo dello 0,30%) e, soprattutto, sono già sottoposti ad autorizzazioni e vigilanza del Governo. Su di loro, quindi, l'Anac ha pieni poteri.

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La missiva mette in fila le conclusioni alle quali è giunto il Consiglio dell'Anac nel corso dell'adunanza del 7 e 8 gennaio scorso. Sotto esame ci sono i fondi paritetici interprofessionali nazionali per la formazione continua. Si tratta di piattaforme che possono essere create per l'industria, l'agricoltura, il terziario e l'artigianato, «nonché per settori diversi sulla base degli accordi interconfederali stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori maggiormente rappresentative sul piano nazionale». In base alla legge n. 388/2009, devono essere sempre autorizzati dal ministero del Lavoro prima di essere attivati: il dicastero passa sotto esame la professionalità dei gestori, i loro criteri di funzionamento e le relative strutture. Il ministero, in una seconda fase, può anche sospendere la loro operatività.

Rispetto all'applicazione del Codice appalti, la chiave della questione è nel loro inquadramento giuridico. «Sul piano della forma giuridica – spiega Cantone - non vi è dubbio che i Fondi in esame siano soggetti di diritto privato, a base e struttura negoziale». Gli accordi collettivi, infatti, generano tipicamente rapporti di tipo privatistico. «Tuttavia - prosegue il presidente Anac - , il dato formale della veste giuridica privatistica dei fondi non è di per sé sufficiente ad escludere la possibilità di qualificare giuridicamente i suddetti fondi come organismi di diritto pubblico, tenuti al rispetto delle procedure di aggiudicazione imposte dal diritto comunitario e nazionale in materia di appalti pubblici».

Molti elementi, infatti, fanno pensare alla natura pubblica di questi soggetti, a partire proprio dall'autorizzazione e dalla vigilanza del ministero. Inoltre, per almeno il 50% questi fondi sono alimentati con finanziamenti pubblici. «Sulla natura pubblicistica dei contributi che afferiscono ai fondi hanno fatto chiarezza sia il parere n. 2957 del 30 giugno 2004, reso al ministero del Lavoro sezione seconda del Consiglio di Stato, sia la recentissima sentenza n. 4304 del 15 settembre 2015, con cui la sezione sesta del Consiglio di Stato ha riformato la sentenza del Tar Lazio, n. 13111 del 1 dicembre 2014».

In base all'interpretazione dell'Anac, allora, i fondi hanno lo scopo di soddisfare un interesse di carattere generale, sono sottoposti a un’influenza pubblica dominante e possono essere considerati organismi di diritto pubblico, tenendo presente la nozione estensiva data dalla Corte di Giustizia Ue. In conclusione, allora, «si ritiene che detti fondi possano considerarsi organismo di diritto pubblico». Da questa qualificazione giuridica discendono, come diretta ed immediata conseguenza, «l'obbligo per i suddetti fondi di applicare la normativa comunitaria e nazionale in materia di appalti pubblici, recepita e dettata, ad oggi, dal Codice dei contratti pubblici». E, soprattutto, «i poteri di vigilanza dell'Anac sugli affidamenti di appalti pubblici da essi disposti».


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