Lavori Pubblici

Opere pubbliche, tagliare quel 60% di tempi morti

Giorgio Santilli

I 14 anni e 7 mesi necessari per realizzare una grande infrastruttura e il 60% di tempi morti di attesa per l'apertura del cantiere rappresentano la "vergogna" di un Paese che la tira per le lunghe e non riesce dare al tempo il corretto valore economico

Ha ragione Matteo Renzi a porsi come obiettivo il dimezzamento dei tempi autorizzativi per le grandi opere e le grandi strutture industriali e commerciali private, uno dei grandi tabù italiani su cui finora neppure il suo governo è riuscito a intervenire.

I 14 anni e 7 mesi necessari per realizzare una grande infrastruttura e il 60% di tempi morti di ordinaria burocrazia nei passaggi per progettare e approvare l'opera e portarla fino al cantiere ben rappresentano la "vergogna" di un Paese che la tira per le lunghe e non riesce dare al tempo il corretto valore economico. Sono dati ufficiali del governo italiano (si veda l'articolo con i dettagli).

Magari non basta un decreto per abbattere quei tempi amministrativi né finora supercommissari di governo e poteri sostitutivi hanno avuto gran successo in Italia (e pure Silvio Berlusconi ha fallito questa missione con la legge obiettivo) . Ma provarci è necessario e il presidente del Consiglio ha volontà politica da vendere che gli sarà necessaria quando dovrà usare quei poteri sostitutivi rafforzati che il decreto all'esame del governo gli attribuisce. Renzi non ha certo quell'approccio democristiano che per decenni ha impedito di usare strumenti decisionali, che pure esistevano, per non turbare equilibri di partiti, di governo, di rispetto delle autonomie o per paura ad affrontare un dissenso limitato nei numeri ma molto visibile e determinato (anche politicamente) come è il Nimby.

Certo, siamo in un campo in cui la muscolarità non basta ed è una vulgata superficiale quella che attribuisce solo alla resistenza burocratica e territoriale il fallimento delle politiche delle infrastrutture (e soprattutto delle grandi infrastrutture). Dietro ogni fallimento di un'opera in Italia non c'è solo una resistenza, spesso sorda, della burocrazia. C'è anche un tasso di illegalità che appare alla luce, di tanto in tanto, con le inchieste della magistratura. E c'è, soprattutto, un livello di impreparazione di chi dovrebbe preparare e governare il percorso delle grandi opere. A partire dalla progettazione di bassissima qualità - se non addirittura sbagliata o assente - per continuare con una diffusa impreparazione della pubblica amministrazione e un rapporto con i territori privo di qualunque riferimento "procedimentalizzato".

Dietro clamorosi casi di ritardo delle grandi infrastrutture ci sono spesso grandi errori progettuali: si pensi alla prima versione sbagliata (ma anche alla terza dopo Pra Catinat) della Torino-Lione, alle varianti sotterranee e collinari della Livorno-Civitavecchia, ai ritardi di progettazione della Napoli-Bari che è una priorità da 15 anni senza che sia ancora partito il grosso dell'opera.

Senza un salto di qualità nella progettazione, nel mercato della progettazione (basta incentivi drogati per tenerla dentro la Pa) e nel controllo della progettazione, senza l'introduzione del project management e della progettazione 4.0 del Bim (building information modeling), senza una riorganizzazione complessiva della Pa con un rafforzamento del responsabile unico del procedimento e della programmazione (che deve essere basata su dati oggettivi e su analisi scientifiche più che sui desiderata dei politici), la battaglia di una maggiore efficienza nella realizzazione delle infrastrutture non si vincerà. Renzi, Graziano Delrio e un nucleo di parlamentari Pd guidati da Stefano Esposito al Senato e da Raffaella Mariani alla Camera hanno prodotto una eccellente riforma degli appalti che colma il grande vuoto di regolazione che ha affondato il settore negli ultimi trenta anni e hanno chiamato l'Anac di Raffaele Cantone a esercitare questo compito. Bisogna chiuderla subito al Senato senza altre meline. L'ultimo passaggio che manca - oltre a una buona legge sul débat public - è la riforma delle strutture amministrative.

Bene, anzi benissimo i decreti di semplificazione (grandi opere e conferenza di servizi telematica) in attuazione della riforma Pa, ma se si vuole vincere quella battaglia velenosa che questo governo ha già perso con il decreto sblocca-Italia dell'agosto 2014, si intervenga in profondità sulla Pa per tornare ad avere meno strutture ma più qualificate, meno stazio appaltanti ma capaci di gestire un'opera e fare l'interesse del Paese.


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