Lavori Pubblici

Asti-Cuneo, un'opera da sbloccare per il sistema paese

Marco Morino

Qualcuno li chiama i “pazzi”. In senso spregiativo, ovviamente. Per dire che quanti sono scesi in campo (e sull’asfalto) chiedendo il completamento dell’autostrada Asti-Cuneo sarebbero una specie tignosa di estremisti delle infrastrutture non capaci di stare al mondo. E magari anche un po’ provinciali. Matti? Una certa follia, beninteso, nelle sue varie evoluzioni letterarie – da chi diventava tale perché si opponeva al Fato a chi incarnava una non comune capacità di visione –, ha un che di positivo, assimilabile alla profezia. E dunque bisognerebbe pensare bene prima di giudicare a vanvera. Detto ciò, sulla vicenda pluridecennale di cui è suo malgrado protagonista questa porzione del Piemonte, si possono sottolineare due aspetti.

Il primo. Che indignazione ed esasperazione circolino nelle vene di coloro che lavorano sodo e producono nel Cuneese come nell’Astigiano è più che legittimo. L’autostrada doveva essere pronta almeno una quindicina di anni fa, non c’è storia. Sicuramente questa “incompiuta” del Belpaese ferisce in maniera più fastidiosa perché qui operano da generazioni fior di aziende (pensiamo alla Ferrero piuttosto che alla Miroglio, alle moltissime Pmi dell’indotto agroalimentare e vitivinicolo) che tengono alto il made in Italy e che dovrebbero spostare le merci con facilità verso il mare e interconnetersi rapidamente con reti autostradali e ferroviarie esistenti o prossime future ad alta capacità (si pensi al Tav del Terzo valico e al retroporto “secco” di Genova, solo per dirne una).

Il secondo aspetto è il nodo di fondo. Ovvero lo scenario che ci costringe a perdere i migliori anni della nostra vita economica e punti su punti di Pil in assenza di infrastrutture. E riguarda le concessioni autostradali in Italia. La questione, pertanto, va oltre il muso duro che si sta acuendo tra Biraghi e i Gavio (se non trascorrono insieme le vacanze poco importa, anche se può far notizia). Insomma, bisognerebbe avere il coraggio di riscrivere daccapo le norme che regolano, appunto, la vita dei concessionari (su questo aveva sacrosanta ragione l’allora poliglotta ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro) con conseguenti pedaggi abbordabili e tratte efficienti quanto veloci. A rigore, sulla Asti-Cuneo, il Gruppo Gavio non è inadempiente, perché può benissimo dire che i costi sono aumentati rispetto all’inizio (ed è vero) e che esiste una burocrazia procedurale tipica della mente malata dei più malvagi azzeccagarbugli nostrani (e infatti, da Tortona, lo sostengono).

Proprio per tutti questi motivi, Palazzo Chigi e il ministro Delrio non dovrebbero restare silenti. Battano un colpo, anche se il periodo non è dei più semplici. Dicano, volendo, anche qualcosa di sinistra sul punto: purché non sia sinistro, ma sensato e in grado di sbloccare questa situazione (vergognosa? sì, alla fine, è davvero vergognosa dopo trent’anni). Agiscano. Perché la misura è davvero colma. Si mettano al tavolo con i Gavio e trovino una soluzione rapida, ad hoc; individuino le risorse necessarie; semplifichino le procedure. E, soprattutto, cambino le regole del gioco. Perché non è solo più una questione “provinciale” del basso Piemonte. Riguarda, strategicamente, lo sviluppo dell’intero sistema-Italia.


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