Lavori Pubblici

Cantone: la corruzione colpisce Pmi e innovazione, ora un rating alle imprese

Giorgio Santilli

Il presidente dell'Anac al forum del Sole 24 Ore: bisogna fare più ricerca, dati internazionali e indagini sulla corruzione percepita non sono attendibili

La corruzione colpisce soprattutto le Pmi, le imprese più dinamiche e concorrenziali, quelle che innovano, perché la corruzione è un sistema anticompetitivo. Ma con il “modello Expo” e con la riforma degi appalti, che dà la possibilità all’Autorità anticorruzione di valutare le imprese per quello che fanno e per la loro storia, con un rating reputazionale, abbiamo l’opportunità di cambiare. Più che con numeri che non hanno alcun valore reale o con il concetto di corruzione percepita, che si regge su indagini poco rigorose, vedo alcuni dati extragiudiziali importanti per valutare l’anticorruzione: nel caso degli appalti dell’Expo controllati dall’Anac, per esempio, non c’è stato neanche un ricorso al Tar. Ecco un beneficio economico evidente». Il presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, parla a un forum del Sole 24 Ore di lotta alla corruzione. «Bisogna fare quello che si è fatto con la lotta alle mafie. Oggi la capacità della camorra di infiltrare il sistema economico a Napoli è cento volte inferiore rispetto a dieci anni fa».

Al Forum del Sole 24 sono presenti anche l’imprenditore Dario Scalella, che da un’idea nata insieme a Cantone ha avviato qualche mese fa una prima ricerca sulle incidenze che ha la corruzione sulle prospettive di sviluppo, e Maria Ida Nicotra, consigliere dell’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Cantone.

Presidente Cantone, oggi abbiamo una prima ricerca che dice come l’impatto negativo più forte della corruzione sia sulle Pmi. Si può quantificare questo effetto negativo? E possiamo dire se c’è stato un miglioramento, da quando è stata costituita l’Autorità anticorruzione, in termini di corruzione effettiva e di corruzione percepita?

Raffaele Cantone - Prima considerazione: ci sono molti studi internazionali sugli effetti economici della corruzione, ma non c’è neanche uno studio su questo tema in Italia. Ci sono, invece, molti studi sulle infiltrazioni mafiose. Dobbiamo chiederci perché. Seconda considerazione che è anche la novità di questo studio: la corruzione incide soprattutto sulle Pmi. Perché? Penso che in Italia nella lotta alla corruzione le imprese non abbiano fatto fino in fondo la loro parte come hanno fatto nella lotta alla mafia. Forse si ritiene che la corruzione sia un costo maggiormente sopportabile perché la corruzione è un sistema anticoncorrenziale che danneggia le imprese più dinamiche, che dovrebbero fare più concorrenza.

Le nuove imprese...

Cantone - Le start up, esatto. Quanto alla misurazione degli effetti economici, dico subito che io sono scettico. A oggi tutti quelli che ci hanno provato hanno sfornato cifre che non hanno alcuna rilevanza scientifica. I famosi 60 miliardi non si sa da dove sono usciti e queste cifre vengono rimbalzati da una parte all’altra.

A volte vengono anche moltiplicate...

Cantone - Si fa a chi la spara più grossa. In Italia non abbiamo dati attendibili né sugli impatti diretti né su quelli indiretti della corruzione. Se metto meno cemento in una strada, questo è un effetto diretto. Ma poi noi abbiamo effetti indiretti come la fuga dei cervelli, le scelte di non competitività quando non si assumono i migliori, il mancato investimento in innovazione. Se io so di vincere comunque l’appalto, a che mi serve innovare? Tutto questo non è mai stato stimato. Paradossalmente la percezione della corruzione aumenta, poi, proprio quando ci sono le inchieste e si fa la lotta alla corruzione. Le domande in queste indagini dovrebbero essere meno generiche: si dovrebbe chiedere se si ha notizia, anche indiretta, che qualcuno che conosciamo ha pagato tangenti. Non solo se esiste la corruzione.

Possiamo fare qualcosa su questo?

Cantone - Abbiamo sottovalutato gli effetti negativi di queste classifiche che poi vanno ai panel degli investitori internazionali. Dobbiamo chiedere che siano fatte non solo da organismi internazionali privati ma anche da istituzioni pubbliche come l’Unione europea o l’Ocse con criteri di trasparenza nelle domande e sui soggetti che rispodono. Penso anche che dobbiamo valutare l’attività anticorruzione in termini extragiudiziali. Per esempio, in tutti gli appalti di Expo controllati da noi nessuno ha fatto ricorso al Tar. Quanto sarebbe costato a Expo anche solo difendersi al Tar? Noi oggi stiamo cercando di esportare questo metodo attraverso un istituto che abbiamo inventato e che si chiama vigilanza collaborativa. Noi fra qualche tempo presenteremo un Report: se dovessimo trovare che anche negli appalti su cui facciammo vigilanza collaborativa il tasso di ricorso al Tar fosse basso, senza oneri né per le imprese né per le stazioni appaltanti, avremmo quantificato un effetto positivo sull’economia, per esempio in termini di risparmi che la stazione appaltante potrebbe spendere per fare meglio l’appalto. Allora quanto questo sia percepito dai cittadini dipende anche dalla stampa, che non si deve limitare a dire le cose negative e quelle positive, ma dovrebbe spiegare questi strumenti alternativi sia repressivi che preventivi. Bisogna spiegare che quando si rispettano le regole, c’è un risparmio enorme di risorse.

Per rendere queste classifiche più credibili, si può fare qualcosa?

Cantone - Si può fare qualcosa di più se lo stesso mondo imprenditoriale comincia a farle da sé, senza aspettare che le faccia Transparency Interntional. Non siamo riusciti ancora adesso a preoccuparci di questo tema mentre ci preoccupiamo molto di mafia. Mi sono occupato tutta la vita di mafia e l’ultima cosa che vorrei fare è sottovalutare la mafia ma chi sta a Napoli, come Dario Scalella, sa bene che oggi a Napoli la camorra ha cento volte meno capacità di infiltrare il sistema economico di dieci anni fa. Magari è più pericolosa perché spara in centro città, ma ha meno capacità di entrare nel sistema economico.

Dario Scalella - Sono d’accordo con il presidente Cantone, questo è un dato percepito anche dalle imprese. E sento crescere in molti imprenditori una forte preoccupazione sul fenomeno della corruzione: non a caso sono disponibii a finanziare ricerche come questa. L’Anac ha un ruolo enorme, ma deve essere percepito come agente di sviluppo più che come brigadiere del territorio. Soprattutto nel Sud ci sono zone in cui le imprese, se sottoposte a fenomeni corruttivi forti, cominciano a perdere in competenze e subito dopo in innovazione. Le imprese guardano all’Anac oggi al tempo stesso come a una minaccia e a un’opportunità: se viene vissuta come un altro livello di burocrazia, non funziona; dovrebbero rendersi conto invece che non è un problema di lacci e lacciuoli ma di mettere tutte le imprese sullo stesso piano nel rispetto delle regole, a Napoli come a Milano.

Abbiamo visto con le giornate del Sole 24 Ore sull’innovazione a Bologna che c’è spesso un legame anche fra l’innovazione fatta dalle imprese e il territorio. È possibile stimare quanto rischiamo se la corruzione arriva anche in quei pochi ma non insignificanti territori del Sud che fanno innovazione?

Cantone- Questo dipende anche dalle Università. Per questo diciamo che ci vuole più ricerca. Capire può essere anche un modo, come diceva Scalella, per cambiare la percezione nei confronti delle regole. Una parte consistente del mondo imprenditoriale in buona fede continua a pensare che tutto sommato le regole siano un peso, un dato negativo. L’eccesso di regole è un peso, concordo, soprattutto in Italia, ma le regole no. Se riusciamo a far digerire l’idea che regole intelligenti, applicabili sono il sale per far ripartire l’economia, diventa più accettabile anche per le imprese. Quando fu approvato il decreto Madia con l’istituto del commissariamento, ci hanno detto che quello era il classico sistema con cui l’Anac voleva controllare l’economia. Abbiamo fatto dieci commissariamenti e non ne è stato impugnato nenache uno, ora gli imprenditori ci chiedono di commissariaire perché è il modo per continuare i lavori quando ci sono inchieste. Ora abbiamo una grande opportunità con la riforma degli appalti. Il Sole 24 Ore è stato l’unico giornale che ha creduto dal primo momento nel nuovo codice degli appalti.

Il grande cambiamento del codice degli appalti è trasformare l’Autorità anticorruzione da autorità di vigilanza ad autorità di regolazione del sistema. Oggi il sistema non funziona perché le amministrazioni e le stesse imprese non sanno come applicare le tante regole del codice.

Cantone - Noi però ci abbiamo già provato attraverso una logica artigianale. Quando facciamo pareri in materia di appalti, c’è il 90% di adeguamento da parte delle stazioni appaltanti. Anche questo è un modello di regolazione, l’idea della vigilanza come orientamento che non significa controllo. Non c’è una concezione dirigistica del mercato. Orientare alle regole non è come dirigere. Significa coniugare la libertà con il rispetto delle regole.

Il nostro giornale è contro la confusione delle regole. Bisogna semplificare ma sapendo che le regole ci vogliono. Ma lei rimprovera alle imprese di non essere soggetto attivo in questa promozione delle regole?

Cantone - In parte sì, c’è una sorta di prevenzione che non è del tutto superata, cioè l’idea che interventi ulteriori possano rappresentare un appesantimento ulteriore. Noi proviamo a fare non un appesantimento, ma un alleggerimento. Individuando quali sono i criteri corretti prima: posso perdere anche quindici giorni, ma li guadagnerò se evito un ricorso al Tar e poi fino al Consiglio di Stato.

Scalella - Noi imprese competiamo in un sistema di regole ed è fondamentale sapere che vengono rispettate da tutti i competitor. Se c’è un’azione che indica con chiarezza una direzione nel rispetto di alcuni standard, questo dà una grande possibilità al sistema delle imprese di competere.

Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensa degli effetti distorsivi dei ricorsi al Tar dopo le gare. Come si fa ad evitarli?

Cantone - Nella esperienza di tutti i giorni, verifico effetti distorsivi che sono persino peggiori di quello che immaginavo. Non c’è solo chi fa ricorso al Tar perché cerca una compensazione, cosa che già è una distorsione. Il paradosso è che ci sono realtà che investono sul ricorso al Tar perché puoi ottenere, con il risarcimento danni, più di quanto tu possa ottenere facendo il lavoro. C’è stata una grande impresa cui, per una grande infrastruttura del Nord, è stato riconosciuto un risarcimento danni di 21 milioni di euro. Allora, la domanda è: perché mai dovrei mettere a terra un solo mattone se posso avere 21 milioni di euro senza fare nulla? Al nostro consiglio arriva un’altra vicenda fra le più incredibili: una strada in Puglia, che doveva arrivare a Maglie, cominciata nel 1994 e non hanno ancora messo una pietra a terra, ma c’è una quantità enorme di ricorsi e controricorsi. Torno al punto di prima: se si verifica quell’effetto positivo che si è verificato ad Expo, la scomparsa dei ricorsi al Tar, questo è un elemento che può eliminare la distorsione.

Maria Ida Nicotra - La possibilità di intervenire ex ante non si verificherà solo con il potere di regolazione. La riforma degli appalti prevede un modello di rating reputazionale in cui l’operatore economico verrà valutato - oltre che per un rating di legalità - sulla base della storia della sua impresa, a cominciare dai costi dell’opera realizzata, dalle varianti che apporterà, dai tempi di realizzazione. Anche dal comportamento dell’impresa dinanzi al giudice. Questi elementi potrebbero riportare una situazione meno distorsiva e più concorrenziale, perché le imprese, dinanzi alle stazioni appaltanti, verranno viste nella loro storia. Il circuito diventerà poi virtuoso, nel senso che anche le stazioni appaltanti saranno inserite in un albo e verranno valutate per la loro competenza, per la capacità di porre in essere gare e trovare risorse economiche per la realizzazione dell’opera pubblica. Il sistema che si intende costruire, non è legato solo a un’attività di regolazione, l’Autorità anticorruzione cambia un po’ fisionomia, non è più una attività di vigilanza ex post, ma diventa attività ex ante che organizza il sistema dei contratti pubblici in modo diverso.

Questo è molto interessante e davvero innovativo.

Cantone - Non c’è solo il concetto di legalità. L’idea è premiare chi si comporta bene. Questa è anche la parte che impatta più sul sistema dell’indotto affaristico intorno agli appalti. È una battaglia difficilissima, perché il sistema degli appalti gira intorno al diritto e agli avvocati degli appalti. Per semplificare: oggi se io ho un ottimo avvocato, è molto meglio di avere un ottimo ingegnere. Questo è il paradosso. È la sfida più complicata da vincere, quella di portare al discorso della sanzione reputazionale, che in Italia non c’è.

Scalella - Penso che questo sia il punto di arrivo del ragionamento iniziale perché la qualità della prestazione richiesta e valutata ha a che vedere con gli investimenti e con le persone che ho nell’azienda. Se mi viene richiesta una prestazione di un certo tipo di qualità per emergere, investirò meno nell’ufficio legale e di più nella qualità della prestazione. Ecco il problema di dare delle indicazioni precise agli imprenditori e farli muovere di conseguenza nella direzione giusta. Se mi date una premialità perché lavoro bene, io investo nella mia struttura aziendale.


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