Lavori Pubblici

Subito la nuove regole sugli appalti, ma la Camera non faccia pasticci

GIorgio Santilli

Il 15 giugno 2014 questo giornale - proponendo un «decalogo per appalti puliti» come antidoto al dilagare della corruzione - lanciava l'idea di un rafforzamento in capo all'Autorità anticorruzione di una ampia «attività di regolazione e di "soft law" capace di aiutare il sistema a passare dalle troppe norme (da ridurre) alle buone pratiche». Il tema della "soft law" non era ancora al centro del processo riformatore, ma di lì a qualche settimana, il relatore della legge quadro sugli appalti al Senato, Stefano Esposito, lo avrebbe introdotto di forza (e con lungimiranza) nel testo della riforma quadro imponendolo, da allora, al centro del nuovo modello di realizzazione degli appalti. Un modello flessibile, regolato (e meno regolamentato), vigilato, che costituisce l'unica svolta possibile e realistica rispetto all'attuale caos inconcludente, che premia più il malaffare e in genere l'inefficienza rispetto all'obiettivo di tempi e costi certi nella realizzazione delle opere pubbliche.

È urgente, quindi, che la Camera approvi il testo subito, che la riforma diventi legge al più presto e che il governo emani i decreti attuativi della delega in tempi rapidissimi. Non è solo la Ue a chiedercelo con il termine per il recepimento delle direttive al 18 aprile 2016. È una situazione ormai insostenibile di un settore che ha bisogno di punti fermi chiari per uscire dall'illegalità, ma anche per ripartire alla velocità di cui il Paese ha bisogno.

Il testo approvato dal Senato va in questa direzione. E anche il dibattito alla Camera va in questa direzione. Con alcune fragilità e alcune contraddizioni nelle modifiche apportate.
?Su proposta del ministro Delrio, Montecitorio ha introdotto una norma che abolisce il regolamento generale e lascia ampia spazio alla regolazione dell'Anac. Benissimo il principio. Senonché le soluzioni per imporre nell'ordinamento le linee guida Anac sono molto fragili e contraddittorie: l'ultima è un decreto ministeriale delle Infrastrutture. Sarebbe stato meglio un regolamento snellissimo di 30 articoli per puntellare la riforma e lasciare poi ampio spazio a una vera soft law indipendente dell'Anac. Ieri Palazzo Chigi ha chiesto ancora qualche giorno per trovare una soluzione, speriamo migliorative confermando comunque il ruolo di Cantone.

C'è un secondo nodo che la Camera, il ministro Delrio e anche l'Anac stanno sottovalutando non comprendendo il danno enorme che può venirne proprio sul fronte più delicato e prezioso della trasparenza delle gare di appalto. È la norma che cancella l'obbligo di pubblicazione dei bandi di gara sui giornali per imporre un generico obbligo di pubblicazione online e inseguire così il sogno di un sistema panpubblico del web che dovrebbe garantire gli stessi livelli di trasparenza. Due le strade che si potranno prendere con questa idea disastrosa.

La prima è l'obbligo di pubblicazione sui siti delle singole stazioni appaltanti che significherebbe frantumare l'informazione di base da 20-30 siti (quanti sono oggi i giornali) a decine di migliaia (quante sono le stazioni appaltanti?) rendendo di fatto impossibile anche a quei "collettori" (sono società private di servizi) che oggi garantiscono i livelli di trasparenza del mercato (perché al mercato e la trasparenza, oltre che con i grandi principi, si fanno con le azioni concrete e pratiche che garantiscono l'attuazione di quei principi).

La seconda strada è ancora più disastrosa e conta sull'arrivo di un "grande fratello" pubblico capace di contenere (e gestire) le 40-50mila informazioni annue dei bandi di gara e delle aggiudicazioni. Finora non c'è riuscito nessun ente pubblico, nonostante i molti tentativi, e la cosa richiederebbe mesi e forse anni. Una paralisi della trasparenza e del mercato che andrà in direzione opposta a quella necessaria oggi.


© RIPRODUZIONE RISERVATA