Lavori Pubblici

Riforma Pa/1. Anche imprese di costruzione e società di ingegneria nella giungla delle partecipate

Giuseppe Latour

La fotografia delle oltre 7mila società partecipate dagli enti locali. Perdono oltre 1,2 miliardi l'anno. Tra loro anche realtà attive in settori in regime di concorrenza

Società di ingegneria, imprese di costruzioni, banche e finanziarie. Lo spiega una ricerca appena pubblicata dall'associazione Prodemos: scoperchiando il calderone delle partecipate degli enti locali è possibile trovare di tutto. Così, facendo qualche calcolo, si scopre che nel nostro paese la gran parte di queste compagini si occupa di compiti che non hanno nessuna connessione con il servizio pubblico. Molto più spesso, invece, operano in settori industriali dove esistono regimi di concorrenza. E, non essendo in grado di competere efficacemente con i privati, accumulano perdite mostruose. Non ci sono solo i trasporti a collezionare passività, ma anche chi lavora con le infrastrutture e l'edilizia residenziale pubblica. In totale, il loro impatto sulla finanza pubblica è negativo per 1,2 miliardi.

La ricerca di Prodemos parte dal numero complessivo di partecipate degli enti locali: secondo i dati del ministero dell'Economia sono 7.700, per la Corte dei conti 7.420, mentre per Palazzo Chigi sono più di 10mila. Il problema, però, al di là delle incertezze sulle cifre totali, è che molte di queste società svolgono attività che nulla hanno a che fare con gli obiettivi della pubblica amministrazione. Tenendo come riferimento la stima del Mef, solo il 12% si occupa di attività strumentali all'ente azionista: significa che sono impegnate a supportarne i compiti, ad esempio attraverso la gestione di immobili, la trasformazione urbana o i servizi amministrativi. Altro pezzo importante sono quelle che si occupano di servizi pubblici, come acqua, energia, trasporti: sono un altro 23 per cento.

Il resto, circa il 64%, è composto da una gigantesca truppa di partecipate che operano nei settori più disparati. E che, in molti casi, sono solo parzialmente pubbliche: in tutta Italia ci sono 1.900 società miste a prevalenza privata o con partecipazione paritaria pubblico-privata (50-50).

È proprio in questo gruppo di società che si annidano gli sprechi che andrebbero cancellati. Negli elenchi del ministero, infatti, compaiono diverse compagini impegnate in attività totalmente scollegate dal servizio pubblico. Ci sono 193 partecipate che si occupano di infrastrutture, a vario titolo. Ci sono 153 banche e società finanziarie. Ci sono 121 compagini impegnate in attività di supporto ai trasporti. Senza contare 57 società di costruzione e gestione di strade, 41 gestori di parcheggi e 32 società di ingegneria.

Un calderone di soggetti che, come spiega Prodemos, «operano in settori industriali dove esiste un regime di concorrenza ed è difficile ipotizzare il perseguimento di un valore pubblico».
L'analisi fa anche il punto delle perdite. Perché, di fatto, molte di queste società rappresentano un peso insopportabile per i bilanci pubblici: il loro impatto sulla finanza pubblica nel 2012, per la precisione, è stato negativo per 1,2 miliardi di euro. A questi – dice la ricerca - «si aggiungono le perdite non palesi finanziate da contratti di servizio a prezzi fuori mercato o i costi a carico dei cittadini per tariffe a copertura dei costi».

Il pezzo più rilevante di queste perdite è connesso ai servizi pubblici locali: oltre 570 milioni di euro. Principalmente, sono passività legate al Tpl (317 milioni) ma anche alle multiutiliy (115 milioni), ai rifiuti (60 milioni) e al servizio idrico integrato (55 milioni). Vanno male anche le società che si occupano di infrastrutture (perdite per 63 milioni) e di edilizia pubblica (36 milioni).


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