Lavori Pubblici

Villaggio olimpico di Torino 2006, i progettisti: con l'appalto integrato l'opera ha perso qualità

Maria Chiara Voci

Da Pierpaolo Maggiora a Benedetto Camerana ad Alessandro Zoppini. I progettisti che hanno ideato le opere di Torino 2006 sono concordi nelle critiche alla procedura dell'appalto integrato

Alla fine, nel caso delle opere olimpiche invernali, a fare la differenza è stata la capacità dell'Agenzia Torino 2006, la stazione appaltante a cui è stato affidato l'intero "pacchetto Giochi", di sovrintendere e verificare l'aderenza dei progetti dalla fase definitiva a quella esecutiva, fino all'effettiva realizzazione. Ma, all'indomani della kermesse a cinque cerchi, era stata netta la presa di posizione da parte dei progettisti contro uno strumento, come quello dell'appalto integrato, che è stato usato a man bassa nel capoluogo piemontese, anche per la necessità di arrivare al traguardo della cerimonia inaugurale senza sforare i tempi, ma che ha sollevato molte perplessità.

«Per quanto un progetto definitivo possa essere dettagliato – spiegavano allora i progettisti – sono le scelte su finiture, materiali e dettagli a fare la vera differenza e queste vengono compiute solo in fase esecutiva. L'appalto integrato le consegna nelle mani delle imprese o dei professionisti, pagati sempre da chi realizza e ha magari la necessità di risparmiare».
Fra i pareri più critici nei confronti dello strumento, quello di Pierpaolo Maggiora, che ha cofirmato insieme al giapponese Arata Isozaki il palazzetto dell'Hockey uno, opera molto provata proprio dalla decisione di non lasciare l'ultima fase di progetto nelle mani degli ideatori. «Ciò che si è ottenuto – secondo l'architetto – è stata la confusione di responsabilità e dei livelli di controllo, a discapito della qualità finale». Severo nel giudizio anche Benedetto Camerana mandatario del gruppo vincitore del concorso per il villaggio olimpico, secondo cui «l'appalto integrato comporta un decadimento sui dettagli e serve solo in modo relativo ad accelerare i tempi oppure ad abbattere i costi».

Alessandro Zoppini, autore insieme al suo studio a a Hok Sport del progetto per lo stadio dell'Oval, terminata l'esperienza olimpica, aveva espresso perplessità. «Lo strumento – spiegava – ha senso solo così come applicato ad esempio nella legge inglese, dove il progettista oltre a prendere parte alla preselezione delle imprese invitate a partecipare all'appalto, può essere anche impiegato dalle stesse per sviluppare la fase esecutiva». Meno duro il giudizio di Giorgio De Ferrari, autore del Pala Tazzoli e dello stadio di Torre Pellice, che aveva messo in luce come molto dipenda dalla serietà dell'impresa. C'è però da sottolineare che nessuna delle due opere da lui ideate per Torino 2006 è stata realizzata in appalto integrato.


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