Lavori Pubblici

Ispra: il cemento cancella il 20% della costa, Lombardia e Veneto le più edificate

Alessandro Lerbini

Il rapporto sul consumo del suolo 2015 evidenzia l'incidenza (al 40%) delle strade sul territorio. Monza e Brianza ai vertici delle province più cementificate

Cresce il consumo del suolo in Italia, anche se a ritmi più lenti. Quasi il 20% della fascia costiera italiana, oltre 500 km quadrati, l'equivalente dell'intera costa sarda, è perso ormai irrimediabilmente. E' stato impermeabilizzato il 19,4% di suolo compreso tra 0 e 300 metri di distanza dalla costa e quasi e il 16% compreso tra 300 e 1000 metri. Spazzati via anche 34mila ettari all'interno di aree protette, il 9% delle zone a pericolosità idraulica e il 5% delle rive di fiumi e laghi. Il cemento è davvero andato oltre invadendo persino il 2% delle zone considerate non consumabili (montagne, aree a pendenza elevata, zone umide).

A mappare lo stivale della "copertura artificiale", l'Ispra che, grazie alla cartografia ad altissima risoluzione, nel suo Rapporto sul Consumo di Suolo 2015 - presentato il 6 maggio a Milano, nel corso del convegno collaterale all'Expo "Recuperiamo Terreno" - utilizza nuovi dati, aggiorna i precedenti e completa il quadro nazionale con quelli di regioni, province e comuni, senza trascurare coste, suolo lungo laghi e fiumi e aree a pericolosità idraulica.

L'Italia del 2014 perde ancora terreno, anche se più lentamente: le stime portano al 7% la percentuale di suolo direttamente impermeabilizzato (il 158% in più rispetto agli anni '50) e oltre il 50% il territorio che, anche se non direttamente coinvolto, ne subisce gli impatti devastanti. Rallenta la velocità di consumo, tra il 2008 e il 2013, che viaggia a una media di 6-7 mq al secondo.

Il consumo del suolo in Italia

Comuni, province, regioni

Le nuove stime confermano la perdita prevalente di aree agricole coltivate (60%), urbane ( 22%) e di terre naturali vegetali e non (19%).
Sono le periferie e le aree a bassa densità le zone in cui il consumo è cresciuto più velocemente. Le città continuano ad espandersi disordinatamente (sprawl urbano) esponendole sempre di più al rischio idrogeologico. Esistono province, come Catanzaro, dove oltre il 90% del tessuto urbano è a bassa densità.

Nella classifica delle regioni "più consumate", si confermano al primo posto Lombardia e Veneto (intorno al 10%), mentre alla Liguria vanno le maglie nere della copertura di territorio entro i 300 metri dalla costa (40%), della percentuale di suolo consumato entro i 150 metri dai corpi idrici e quella delle aree a pericolosità idraulica, ormai impermeabilizzate (il 30%). Tra le zone a rischio idraulico è invece l'Emilia Romagna, con oltre 100.000 ettari, a detenere il primato in termini di superfici. Monza e Brianza, ai vertici delle province più cementificate, raggiunge il 35%, mentre i comuni delle province di Napoli, Caserta, Milano e Torino oltrepassano il 50%, raggiungendo anche il 60%. Il record assoluto, con l'85% di suolo sigillato, va al piccolo comune di Casavatore nel napoletano.

Fino al 2013, il valore pro-capite ha segnato un progressivo aumento, passando dai 167 m2 del 1950 per ogni italiano, a quasi 350 m2 nel 2013. Le stime del 2014 mostrano una lieve diminuzione, principalmente dovuta alla crescita demografica, arrivando a un valore pro-capite di 345 m2.

Le strade rimangono una delle principali causa di degrado del suolo, rappresentando nel 2013 circa il 40% del totale del territorio consumato (strade in aree agricole il 22,9%, urbane 10,6%, il 6,5% in aree ad alta valenza ambientale).

«Proseguendo a questi ritmi nella cementificazione si rischia di aggravare il già precario equilibrio del territorio italiano. Bisogna decidersi a invertire la rotta e per farlo è necessaria una fattiva collaborazione tra istituzioni e soggetti privati. Ci vogliono politiche favorevoli alle riqualificazioni al posto di quelle che spingono a continuare a costruire, favorendo gli intenti speculativi. È vitale concentrarsi sullo snellimento delle procedure burocratiche, specialmente quelle degli enti locali: se per abbattere un vecchio edificio e ricostruirlo ci vogliono quindici anni e una lista infinita di pratiche e carte bollate, è evidente che i centri urbani continueranno a svilupparsi verso l'esterno, con tutte le conseguenze del caso. Non occorre attendere altri disastri per convincersi a cambiare strada».

Lo dichiara l'ing. Sandro Simoncini, docente a contratto di Urbanistica e Legislazione Ambientale presso la facoltà di Architettura dell'università La Sapienza di Roma e presidente di Sogeea SpA, commentando il rapporto 2015 sul consumo di suolo in Italia presentato oggi dall'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra).

«Anche per ciò che riguarda le regolarizzazioni, la burocrazia rappresenta un ostacolo micidiale – sottolinea Simoncini –. Oggi i Comuni devono ancora completare le istanze di condono presentate trent'anni fa ed incassare i relativi oneri concessori, mentre favoriscono la costruzione di nuovi fabbricati in periferia. Con le procedure tradizionali le domande pendenti necessitano di tempi biblici: in questo modo i cittadini continuano a vivere nell'incertezza e le Amministrazioni locali non incassano quanto permetterebbe loro di realizzare le infrastrutture necessarie alla messa in sicurezza del territorio. Ci sono nuovi sistemi che permettono di abbattere tempi e costi grazie a procedure snelle e trasparenti: vanno vinte le resistenze e gli interessi di parte che troppo spesso legano a doppio filo enti locali e costruttori».


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