Lavori Pubblici

Dopo il Def: il 3% del Pil agli investimenti pubblici diventi target condiviso

Giorgio Santilli

Il nuovo Ministro Delrio può avviare una "pax infrastrutturale" nelle politiche sui lavori pubblici che manca da vent'anni - Ma servono tre obiettivi forti su spesa Ue, progettazione, investimenti

È positivo il clima che si è respirato ieri alla commissione Ambiente della Camera dove il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, ha fatto la sua prima uscita parlamentare. Quasi un discorso programmatico che ha confermato la correzione di rotta impressa dal neoministro già con il Def alla politica infrastrutturale (più selettiva ma recuperando piccole opere e città, più pianificata ma in chiave unitaria, meno attenta alle differenze dimensionali delle opere e più attenta alla loro utilità) ma ha anche espresso una volontà di dialogo a 360 gradi con le forze politiche, le forze sociali e imprenditoriali, i territori, ricevendo in cambio un'ampia apertura di credito. Un metodo che vuole essere inclusivo, selettivo, ragionevole. Sembra oggi a portata di mano quella "pax infrastrutturale" che negli ultimi 20 anni non è stata possibile con gli scontri che prima hanno segnato la legge Merloni, poi la legge obiettivo, con le divisioni ideologiche su opere grandi e piccole. Senza contare le inchieste sulla corruzione che hanno investito i lavori pubblici e la crescente burocratizzazione del settore.
Una "pax infrastrutturale" oggi poggerebbe su una larga convergenza di analisi, da Bankitalia a Confindustria, dal Mef all'Autorità anticorruzione, dall'Ance agli architetti: tutti sostengono che il rilancio degli investimenti (pubblici e privati) sia il passaggio fondamentale per dare solidità e prospettiva alla crescita dell'economia italiana.
Se davvero questa "pax infrastrutturale" è a portata di mano, la nuova stagione ha bisogno allora di obiettivi ambiziosi e condivisi che diano da subito il senso del cammino, lungo e non facile, da fare. Il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, ne ha proposti alcuni nel corso dell'audizione di lunedì sul Def alla Camera. Ne ricordiamo tre, particolarmente cari a questo giornale: il mantenimento degli impegni di spesa per oltre 13 miliardi dei fondi Ue nel corso del 2013; il ritorno a una centralità della progettazione nella realizzazione delle opere; il ritorno a un sufficiente livello di spesa per investimenti pubblici che Confindustria quantifica nel 3% del Pil. Il primo obiettivo è più che altro una necessità: con quale faccia andremo a discutere di investimenti in Europa se non riusciremo a spendere fino all'ultimo centesimo i fondi strutturali Ue quest'anno?
Il secondo tema, la centralità del progetto, è una via obbligata per superare l'impasse che si è riproposta non solo nelle grandi opere, ma anche nei programmi recenti di edilizia scolastica e dissesto idrogeologico.
Ma il terzo è l'obiettivo capace più di ogni altro di dare un senso alla svolta possibile: tornare a un livello di investimenti – in particolare in infrastrutture – pari al 3% del Pil, come negli anni d'oro dell'economia italiana. Significherebbe allo stesso tempo riqualificare la spesa pubblica, fare un salto di qualità nelle politiche per la crescita, dare certezze all'economia, rispondere al gap di produttività del Paese. Un impegno di questo tipo – gravoso ma possibile anche per il governo – darebbe lustro alla politica. Tanto più se fosse capace di unire, di piantare nel terreno una bandiera di crescita, creando l'orizzonte lungo che spesso manca.


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