Lavori Pubblici

Agenda Infrastrutture: tre riforme e 3,9 miliardi per ripartire

Giorgio Santilli

Le 12 priorità, dalla legge obiettivo alle liberalizzazioni

È un percorso di guerra, un Vietnam, quello che aspetta il nuovo ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Se vorrà dare il senso di accelerazione degli investimenti e al tempo stesso di discontinuità rispetto al passato, come chiede il premier Matteo Renzi, dovrà giocare partite tutte complicatissime su più tavoli. Da una parte ci sono da avviare subito almeno tre riforme tostissime su cui si giocherà il segno e l'intensità del cambiamento. Continua pagina 5

La legge obiettivo, con una inevitabile riforma legislativa delle procedure ma anche un nuovo piano selettivo e aperto alle piccole opere che potrebbe già finire nell'allegato Infrastrutture del Def del prossimo 10 aprile; la revisione del codice degli appalti e il recepimento delle direttive Ue in chiave di semplificazione, con un'accelerazione del dormiente Ddl delega per cui il pd renziano della commissione Lavori pubblici del Senato, Stefano Esposito, giura che l'arrivo in Aula a Palazzo Madama non dovrà andare oltre metà aprile; il disegno di legge contenente le liberalizzazioni nel trasporto locale, che è pronto per il sì del Cdm e dovrebbe aprire una nuova stagione di gare per il settore della mobilità in ambito urbano, contribuendo così a superare le inefficienze dei grandi e piccoli monopoli locali. Un Ddl troppo timido al momento che potrebbe invece, per esempio, allargare l'apertura di mercato al trasporto ferroviario regionale e pendolari (attualmente escluso). Una partita, quest'ultima, che incrocia altri due aspetti-chiave della politica economica del governo: la spending review, con il ridimensionamento degli sprechi delle Spa locali monopoliste nelle public utilities, e la privatizzazione o quotazione in Borsa delle Fs. Non solo bisogna aprire il mercato pendolari, ma resta ancora da decidere come completare la liberalizzazione dell'alta velocità, come garantire un accesso equo alle infrastrutture, se varando o meno l'unbundling, per esempio, cioè la separazione proprietaria della rete ferroviaria dalle società di servizi. Per ora l'orientamento è tenere il gruppo Fs unito, ma alla decisione non potrà non partecipare il nuovo ministro dei Trasporti, se avrà un peso adeguato.

Ma a rendere complicato il cammino del prossimo ministro (o dei prossimi ministri se saranno due, uno per le Infrastrutture e uno per i Trasporti) è che queste riforme epocali - a cui si sommano il piano aeroporti e la legge sui porti - non si possono fare fermando la macchina in corsa. La ripresa economica ha bisogno della spinta del rilancio dell'edilizia e delle infrastrutture più di quanto sia stato finora. L'ormai ex ministro Lupi aveva messo molta legna in cascina, da questo punto di vista: ci sono i 3,9 miliardi dello sblocca-Italia che vanno in gran parte a quelle grandi opere oggi sotto i riflettori. Qui è bene non farsi illusioni: se si vuole garantire una continuità nella spesa ed evitare un buco che potrebbe durare anni, si potrà fare nel breve periodo solo con il Terzo Valico, la Treviglio-Brescia e il Tunnel del Brennero, gli unici tre cantieri italiani in grado di macinare milioni di spesa di cantiere, insieme alle manutenzioni Anas e Fs. Il resto sono chiacchiere o briciole, comprese molte di quelle opere per cui lo sblocca-Italia prevedeva termini di cantierizzazioni che già si sono rivelati teorici o fittizi. Per spendere quei 3,9 miliardi nei tempi previsti (anche dopo il 2016) è necessario seguire passo passo la via crucis di autorizzazioni e progettazioni. Una sfida a sé sarà la linea ferroviaria veloce Napoli-Bari per cui, dopo il commissariamento, è prevista l'apertura del cantiere a ottobre 2015. Sfida tutta in capo al commissario-ad delle Fs, Michele Mario Elia, ma anche emblema della partita dei fondi Ue per cui nel 2015 vanno spesi 13,5 miliardi.

Prendere strade diverse dal realismo faticoso e in salita dell'attuazione dello sblocca-Italia vuol dire bloccare anche quel po' di spesa di investimenti in corso. La retorica renziana delle piccole opere facili si è già scontrata, del resto, con il muro durissimo della realtà: l'edilizia scolastica marcia a rilento, il piano per il dissesto idrogeologico stenta a ripartire e comunque manca di progetti nonostante si tratti di opere arcinote alle Regioni (come ha ricordato anche il capo della unità di missione di Palazzo Chigi Erasmo D'Angelis), le piccole opere dei comuni che dovevano essere "suggerite" con mail diretta fra i sindaci e Palazzo Chigi sono al palo. Ora a Palazzo Chigi c'è un piano di 5mila opere con valore di 9 miliardi, presentato da Ance, Cna, Confartigianato e Legacoop, che potrà- dare il segno del cambiamento ma difficilmente produrrà spesa a breve.

Sacrosanto che Palazzo Chigi voglia dare il senso del cambiamento rivedendo il mix fra grandi e piccole opere, ma al nuovo ministro deve essere chiaro che si deve lavorare su più fronti: quello di medio-lungo periodo, con la revisione delle politiche e (forse) dei progetti strategici, e quello di breve in cui si può solo attuare quello che prevedeva lo sblocca-Italia, per quanto quel provvedimento fosse poco in linea con le aspettative renziane di cambiamento. Con un ruolo crescente inevitabile - nel breve e nel medio-lungo periodo - dell'Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone, che può al tempo stesso garantire che i cantieri delle grandi opere vadano avanti nonostante le inchieste della magistratura (c'è sempre lo strumento eventuale del commissariamento se dovesse servire a separare i "corrotti" dalle opere) e dare un contributo decisivo per un cambiamento di paradigma nella realizzazione di lavori grandi e piccoli nel prossimo futuro. Tutto fa pensare che nella riforma del modello di realizzazione degli appalti sarà dato un ruolo crescente all'Anac e allo stesso Cantone.


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