Lavori Pubblici

Difesa del suolo, direzione giusta ma si tengano i piedi per terra

Giorgio Santilli

I dati positivi non devono indurre a facili (e controproducenti) trionfalismi, ma non c'è dubbio che segnano un passaggio importante nella battaglia contro il dissesto

Eppur si muove. I dati positivi sui lavori di difesa del suolo appaltati o attivati nella seconda metà del 2014 non devono indurre a facili (e controproducenti) trionfalismi, ma non c'è dubbio che segnano un passaggio importante nella battaglia contro il dissesto idrogeologico. Dopo anni di blocco, paralisi, denunce, retorica politica, annunci rimasti sulla carta, parole a vagonate e tragedie crescenti, si sta passando all'azione con fatti i primi fatti concreti. Ancora non è detto che tutto quello che viene appaltato si traduca immediatamente in cantieri rapidi, ma la strada dopo anni di blocco sembra finalmente quella giusta.

Sono dati, per altro, in perfetta sintonia con quelli pubblicati dal Sole 24 Ore domenica scorsa di una generale ripresa della fase iniziale degli appalti in Italia. Nel percorso corretto che è stato intrapreso è un aspetto decisivo la collaborazione che si è creata fra governo e quasi tutte le regioni dopo l'affidamento con il decreto sblocca-Italia dei poteri commissariali direttamente (e visibilmente) in capo ai Governatori.

Due considerazioni politiche vanno fatte subito affinché questa spinta non si esaurisca. La prima è che la volontà politica finalmente conta qualcosa in un settore, quello degli appalti e dei lavori sul territorio, che per anni è sembrato andare per conto proprio sia nelle derive patologiche e giudiziarie a valle del cantiere che nei blocchi burocratici e progettuali a monte del cantiere.
Va dato atto a questo governo – e in primis al presidente del Consiglio Matteo Renzi – di aver subito individuato nella difesa del suolo uno dei due settori assolutamente prioritari nell'azione del governo – l'altro è quello dell'edilizia scolastica. Se sulle scuole bisogna dire che ancora risultati significativi non se ne vedono proprio, l'unità di missione guidata a Palazzo Chigi da Erasmo D'Angelis sta producendo risultati concreti. L'alleanza con i governatori e la loro responsabilizzazione di cui si è detto è parte di questa volontà politica.

La seconda considerazione riguarda la nuova programmazione. Regioni e aree metropolitane hanno presentato proposte per 20 miliardi. Non sono pochi ma sono molto distanti da numeroni faraonici e insensati che in passato si sono sentiti a Roma come ipotesi di fabbisogno per mettere in sicurezza il territorio nazionale.
Anche qui c'è una lezione da imparare. Evidentemente in assenza della politica e di politiche concrete, nel gioco a chi le spara più grosse, si crea un effetto perverso (effetto annuncio) che porta a ingigantire quello che in effetti è pari a zero. Quando i progetti che con lacrime e sangue si devono portare avanti sul territorio non decollano, la politica più deteriore, nazionale e locale, può alimentare il gioco di chi la spara più grossa.

Viceversa, se i progetti calano concretamente sul terreno, partono con i bandi e con i cantieri, l'operazione di inventare numeroni risulta più difficile. È successo molte volte in passato, con i piani delle ferrovie, le strade, le autostrade e le grandi opere. La legge obiettivo è tracollata su questo giochetto mistificatorio.
La strada da seguire è quella concreta di partire con 700 milioni e farne 1.500 quest'anno e poi 3.000 negli anni successivi, senza immaginare opere e fondi che non potranno mai esserci. Bisogna fare bene e nei tempi giusti quello che è necessario e utile fare. Partendo subito.


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