Lavori Pubblici

Usare il piano Juncker per i fondi

Giorgio Santilli

Scende in campo Matteo Renzi nella partita della Tav Torino-Lione e lo fa a suo modo: vuole «trasparenza e chiarezza» sui costi dell'opera, come ha detto a Stefano Esposito, parlamentare pd "sì Tav", che ha ricevuto una telefonata dal premier ieri di buon mattino.
Ci vuole chiarezza, non c'è dubbio, per spiegare la doppia stima di costo, quella ordinaria e ufficale di 8,4 miliardi a prezzi costanti e quella in più, richiesta dalla legislazione italiana e contenuta nel contratto di programma Fs-ministero Infrastrutture di 11.977 milioni a vita intera (con una "generosa" rivalutazione annua del 3,5%). I due numeri non sono in contraddizione - le due metodologie fotografano diversi aspetti del percorso di realizzazione dell'opera - e addirittura possono essere un elemento di chiarezza se spiegati senza tentennamenti, contraddizioni, reticenze. Così non è stato, però.
Un pit stop è necessario ora. Renzi non è mai andato in Val Susa a difendere la Tav, neanche quando l'ha invitato Sergio Chiamparino. Qui, però, il punto è lo stesso che abbiamo sollevato per lo scandalo dei fondi Ue non spesi (si veda Il Sole 24 Ore del 9 novembre). Può l'Italia, che da 15 anni vuole quest'opera, dire "grazie, rinunciamo"? Sarebbe credibile un Paese in prima linea a Bruxelles nel sostenere la leva degli investimenti Ue per uscire dalla crisi economica?
Non può. Realizzare gli investimenti infrastrutturali europei è il mantra italiano. Il premier rilanci sul «piano Juncker» e chieda che sia quel piano - una volta chiarito senza equivoci l'aspetto dei costi - a farsi carico dei nodi ancora irrisolti del finanziamento.


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