Lavori Pubblici

Dall'Italia una lezione di trasparenza alla Francia

Giorgio Santilli

L'adeguamento, verso l'alto, dei costi della Torino-Lione (tratta internazionale) è stata iscritta nel contratto di programma Ferrovie-Infrastrutture mentre la concessionaria Ltf (società di diritto francese) resta ferma

Per una volta l'Italia dà lezioni di trasparenza: la notizia, nero su bianco, dell'adeguamento verso l'alto dei costi della Torino-Lione (tratta internazionale) da 8,3 a 12 miliardi è stata iscritta nel contratto di programma fra Ferrovie italiane e ministero delle Infrastrutture mentre la concessionaria Ltf (società di diritto francese) resta ferma, in virtù dei differenti regolamenti contabili utilizzati oltralpe, alle stime a costi costanti 2010 del progetto approvato.
Ricordiamo che il «costo a vita intera» di un'opera - criterio contabile voluto dal Parlamento italiano proprio per dare trasparenza ai conti delle infrastrutture - è una modalità di calcolo più aderente alla realtà perché segue il valore corrente delle risorse necessarie anno per anno per l'intera durata della fase di costruzione. Essendo modalità di calcolo differenti, sarebbe improprio dedurne che c'è stata lievitazione di costi di 4 miliardi. È vero però che la stima italiana aggiorna le previsioni progettuali e tiene conto dell'inflazione attesa sul costo dei materiali.

Numeri da trattare con cautela per evitare strumentalizzazioni, soprattutto da parte di chi si oppone pregiudizialmente alla realizzazione di un'opera che resta strategica per la Ue, per l'Italia e per la Francia. Priorità ribadita in tutti i programmi degli ultimi dieci anni. Certamente la trasparenza sui costi si chiama dietro la necessità di trasparenza sui finanziamenti perché si attende ancora la decisione definitiva della Ue sul finanziamento del 40% e ora si apre anche una questione di ulteriori risorse nazionali da reperire. L'impegno dei due governi e dell'Unione deve essere però a reperire le risorse per andare avanti con il progetto.
Soprattutto è Bruxelles a non potersi tirare indietro proprio ora che la politica di investimenti in infrastrutture sembra uscire dal balbettìo un po' contraddittorio di questi decenni trascorsi - fra grandi programmi, buone intenzioni e risorse comunitarie limitate - e diventa pilastro dell'azione della nuova commissione Juncker e di un'Europa più attenta alla crescita. È lì, in quel «piano Juncker» da 300 miliardi, che la soluzione va trovata. Non per frenare o balbettare ancora, ma per accelerare. Così ognuno sarà chiamato ancora una volta a fare la propria parte.


© RIPRODUZIONE RISERVATA