Lavori Pubblici

Governance, aziende, consumi e tariffe: prospettive del servizio idrico integrato

Alessandro Mazzei

A 20 anni dall'emanazione della prima legge di riforma del settore, la legge Galli, si deve registrare ancora una elevata frammentazione del settore

E' opportuno fare ancora qualche considerazione sullo stato del servizio idrico integrato e la riflessione può prendere le mosse dalla Relazione Annuale del Presidente dell'Autorità per l'Energia Elettrica, il Gas e il Sistema Idrico, Guido Bortoni, che anche quest'anno ha dedicato un capitolo al settore. Ripartire da lì è opportuno perché, grazie alle nuove competenze in materia di acqua che il governo Monti le ha trasferito con il decreto Salva-Italia, l'Authority presieduta da Bortoni ha preso in mano il difficile compito di definire e completare la regolazione di uno dei settori più delicati e più controversi. La Relazione anche quest'anno era costituita da due parti: lo stato dei servizi e le attività svolte dall'Autorità. E' soprattutto il quadro che emerge dalla prima parte che appare interessante per comprendere problemi e prospettive dei servizi idrici in Italia. In particolare, gli aspetti di maggiore interesse riguardano la governance del settore, le aziende che gestiscono il servizio, l'andamento dei consumi di acqua, gli investimenti e, dulcis in fundo, le tariffe pagate dagli utenti italiani.

La governance
Da quando sono state soppresse le ex Autorità di Ambito Territoriale Ottimale (ATO) ed è stato assegnato alle Regioni il compito di definire i nuovi soggetti che si devono occupare a livello locale della regolazione del settore, 15 Regioni su 19 (il Trentino Alto Adige è escluso da tale obbligo) hanno completato l'iter con l'approvazione di una legge regionale, mentre le restanti 4 (Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia) hanno nominato Commissari o comunque definito regimi transitori. Questo processo ha portato ad una riduzione dei soggetti che, insieme all'AEEGSI, si occupano di regolare il settore, i cosiddetti Enti di Ambito, che sono così passati da 92 a 70, facendo registrare "…la positiva tendenza a costituire ATO di dimensioni coincidenti con il territorio regionale" (come nel caso di Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Abruzzo, Puglia, Basilicata, Sardegna e Calabria). A rendere il quadro meno roseo di quello che può apparire a prima vista, la grande eterogeneità delle scelte regionali, che complica sicuramente il compito dei regolatori nazionali, la ridotta dimensione media degli Enti di Ambito (in media un Ente ogni 616.000 abitanti), che ne riduce la loro efficacia ed efficienza, e la ridotta o assente operatività in molte Regioni (Campania, Sicilia, Calabria e Molise), in cui non sono costituiti o sono ancora commissariati i vecchi enti.

Le aziende di gestione
Lo spaccato più interessante e anche più complesso da analizzare riguarda, però, le aziende che gestiscono i servizi di acquedotto, fognatura e depurazione. A 20 anni dall'emanazione della prima legge di riforma del settore, la legge Galli, si deve registrare ancora una elevata frammentazione del settore, che è ben lungi dall'avere un vero e proprio assetto industriale. La dimensione media delle aziende è ancora molto ridotta, sia in termini di abitanti serviti (300.000 abitanti) sia in termini di comuni gestiti (40) sia, infine, per valore del ricavo da vendita (36,2 milioni di euro con solo 10 aziende che superano gli 87 milioni nel 2013). La frammentazione delle aziende, tuttavia, non è un fenomeno che riguarda allo stesso modo tutta l'Italia, infatti le aziende più grandi sono nel Centro Italia e Isole (Lazio, Toscana e Sardegna), mentre nelle regioni del Nord la dimensione è ben al di sotto della media nazionale, con una forte presenza di piccole aziende locali. Le regioni del Sud in molti casi non risultano neanche censite nel panel di dati a disposizione dell'AEEGSI, tranne i casi di Puglia e Campania. E' la depurazione il servizio in cui la frammentazione è più accentuata e può essere riscontrata anche a livello impiantistico, con un forte sottodimensionamento specie in alcune regioni (Veneto, Lazio, Campania e Sicilia). Resta in ogni caso il problema dell'ancora scarsa affidabilità della base dati utilizzata dall'AEEGSI, specie per quanto riguarda i dati tecnico-gestionali, ancora incompleti e disomogenei.

Consumi di acqua per uso potabile
Dal 2000 al 2012, secondo i dati AEEGSI, i consumi idrici in Italia sono crollati del 17,8%, in contrasto con tutte le previsioni dei primi anni Duemila che stimavano forti aumenti dei volumi venduti. La Relazione accenna brevemente alle possibili cause di tale andamento, individuandole nelle mutate abitudini domestiche e nella maggiore sensibilità delle famiglie nei confronti del valore economico della risorsa idrica. La Relazione evidenzia però che qualcosa sembra migliorato sul fronte della qualità del servizio: a parte il Lazio, in tutte le regioni italiane il numero delle famiglie che denunciano irregolarità nell'erogazione dell'acqua sembra diminuito del 4% con punte del 16% in Sardegna. Si può ipotizzare che gli investimenti realizzati negli ultimi anni e gestioni più organizzate comincino a dare effetti positivi sul piano della qualità.

Gli investimenti
Anche sul piano degli investimenti, la situazione sembra critica pur con qualche tendenza al miglioramento. Per il 2013, sono stati programmati investimenti per 1,2 miliardi di euro, pari a circa 42,3 euro ad abitante. La cifra è ancora largamente insufficiente rispetto alle necessità, ma superiore del 4,3% rispetto all'anno precedente e di gran lunga più elevato rispetto ai 24,8 euro ad abitante del 2011 (dato Blue Book degli investimenti effettivamente realizzati). La tendenza a riprendere gli investimenti nel settore viene sottolineata dallo stesso presidente Bortoni nella sua illustrazione come timido segnale di ripresa del settore idrico italiano, confermato dalle previsioni legate al quadriennio 2014-2017, in cui le aziende italiane ipotizzano di investire circa 4,4 miliardi di euro. Che il settore abbia un elevato fabbisogno di investimenti, d'altra parte, è dimostrato dal fatto che la maggior parte della popolazione italiana (72%) si trova nel III e IV quadrante tariffario, ovvero quelli ad elevato rapporto tra investimenti necessari e infrastrutture esistenti.

Le tariffe
In materia tariffaria si registrano le maggiori novità rispetto al passato, sia perché dal 2012 tutte le tariffe devono essere sottoposte all'approvazione dell'AEEGSI, sia perché grazie a ciò si comincia a disporre di dati più attendibili e significativi. L'Authority ha approvato per il 2013 le nuove tariffe di oltre 30 milioni di abitanti (78 gestioni) con un aumento medio del 3,4% rispetto all'anno precedente, oltre alle tariffe di 458 gestori che applicavano il metodo CIPE (vecchi affidamenti non ancora in linea con la Legge Galli) ed ai quali in molti casi non è stato riconosciuto alcun incremento o addirittura una diminuzione del 10% come penalità per non aver fornito i dati. L'Autorità, infine, ha in corso l'istruttoria delle tariffe 2014-2015 per ben 91 gestori che riguardano oltre 33 milioni di cittadini italiani: su queste tariffe ne sapremo di più nella Relazione del prossimo anno e, probabilmente, nell'appuntamento autunnale della Conferenza Nazionale sulla Regolazione dei Servizi Idrici, a cui lo stesso Presidente Bortoni ha rimandato.

Alessandro Mazzei è coordinatore Anea e direttore Autorità idrica toscana


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